Ricerca e sviluppo: poche risorse ottimi risultati

Dal 2000 al  2015 in Italia il rapporto tra spesa per R&S e Pil è passato dall’1,0% all’1,3. Sono in calo anche gli stanziamenti agli Enti pubblici di ricerca e i dottorati di ricerca, e il commercio high-tech fatica a svilupparsi. Di contro, l’aumento del contributo italiano alla letteratura scientifica e al deposito di brevetti, soprattutto in ingegneria meccanica, è incoraggiante.

Questi alcuni aspetti evidenziati dalla Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia, che fornisce a Governo, Parlamento e opinione pubblica analisi e dati di politica della scienza e della tecnologia.

Poche risorse alla comunità scientifica

“La comunità scientifica lamenta la scarsità di risorse a propria disposizione, mentre decisori politici e opinione pubblica sono sempre più esigenti e si domandano in che misura la scienza e la tecnologia contribuiscano allo sviluppo economico e sociale del Paese”, osservano Daniele Archibugi e Fabrizio Tuzi del Dipartimento scienze umane e sociali, patrimonio culturale (Dsu) del Cnr.

La spesa per R&S finanziata dal Governo in percentuale al Pil negli anni è rimasta stazionaria (circa 0,5%), e gli stanziamenti del Miur agli Enti pubblici di ricerca sono calati dai 1.857 milioni del 2002 ai 1.483 milioni del 2015. Il Cnr, in particolare, ha subito una riduzione da 682 milioni a 533 milioni, riporta Askanews.

Il contributo italiano alla letteratura scientifica internazionale

Ciononostante il sistema italiano della ricerca mostra segni di vitalità. Dal 2000 al 2016 l’Italia è passata dal 3,2% al 4% della quota mondiale per quanto riguarda la letteratura scientifica internazionale. Un risultato ancora più apprezzabile considerato che i Paesi occidentali hanno visto la propria quota ridursi, in conseguenza dell’imporsi nel panorama scientifico di Paesi emergenti come la Cina.

“La posizione dell’Italia è migliorata in Biologia (dove dal 3,7% del totale mondiale del 2000 sale al 4,5% del 2016), nella Psicologia (dall’1,7% al 2,9%) e nelle Scienze della terra (dal 3,6% al 4,9%). Anche la qualità di queste pubblicazioni, misurata tramite le citazioni medie per articolo scientifico, è in aumento dal 2000 in poi. L’Italia è pari alla Germania e alla Francia e molto vicina al Regno Unito”, sottolineano Archibugi e Tuz.

Meno dottori di ricerca più brevetti meccanici

Destano preoccupazione i segnali sulla moderata crescita del personale di ricerca e la caduta dei dottori di ricerca dagli oltre 10 mila del 2007 a meno di 8 mila nel 2016. Qualche dato positivo si registra sui brevetti: in aumento quelli depositati da imprese e autori italiani. Tra i settori di punta l’ingegneria meccanica, che concentra il 42% delle domande presentate presso l’Ufficio europeo.

Nei design industriali registrati presso l’Unione Europea (progettazione o modelli ornamentali), siamo secondi solo alla Germania. È confermata poi la specializzazione produttiva italiana in settori ad alto contenuto di conoscenza e collegati ai settori tipici del Made in Italy. Che non ricavano però il proprio punto di forza dalla ricerca scientifica e tecnologica.


Il Nord traina il Pil italiano 2017: +1,8%.

Il Nord Italia traina il Pil del Paese. Nel 2017, secondo le stime preliminari appena diffuse dall’Istat, l’analisi territoriale del Pil mostra una crescita superiore alla media nazionale nel Nord-ovest e nel Nord-est, entrambi in crescita dell’1,8%. Una dinamica lievemente inferiore si registra nel Mezzogiorno, che in media segna una crescita dell’1,4%. Un incremento assai più modesto proviene invece dal Centro Italia, che non raggiunge il punto percentuale e si attesta su un valore positivo dello 0,9%.

Bene quasi ovunque i settori industria e servizi, mentre l’agricoltura è in forte decrescita in tutte le aree geografiche, ma soprattutto al Centro (-8,4%), e nel Nord-est (-6%).

Nel Nord-est commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni +4,7%

In dettaglio, nel Nord-est i risultati migliori riguardano il settore che comprende commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni (+4,7%). In crescita anche il valore aggiunto dell’industria (+2,3%), dei servizi finanziari, immobiliari e professionali (+1%) e delle costruzioni (+0,4%). In forte calo, invece, il valore aggiunto dell’agricoltura, che al Centro segna un -6%. In misura assai più contenuta, in calo anche il settore degli altri servizi (-0,6%).

Nord-ovest, bene tutti i settori tranne l’agricoltura

Quanto al Nord-ovest le maggiori spinte alla crescita si registrano per i servizi finanziari, immobiliari e professionali (+2,6%). Appena al di sotto, commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni, che crescono del 2,1%. Un andamento positivo si registra però anche per gli altri servizi (+1,5%), e l’industria (+1,2%).

Anche in questa area geografica, sottolinea l’Istat, il valore aggiunto dell’agricoltura subisce una contrazione (-3,8%), mentre il settore delle costruzioni registra una variazione quasi nulla rispetto all’anno precedente.

Al Centro e al Sud segno + per l’industria. Ma il Mezzogiorno cresce di più

Al Centro l’andamento più dinamico si è registrato nell’industria (+1,7%), nei servizi finanziari, immobiliari e professionali (+1,3%) e negli altri servizi (+1%). Una modesta crescita si registra anche nei settori commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni (+0,2%). In calo le costruzioni (-0,6%), e soprattutto l’agricoltura (-8,4%), riferisce Adnkronos.

Quanto al Mezzogiorno l’aumento del valore aggiunto è più marcato nel settore dell’industria, che aumenta del 4,4%. Bene anche il settore che raggruppa commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni (+3,4%), e quello delle costruzioni (+3,2%). Segnano un incremento modesto i servizi finanziari, immobiliari e professionali (+0,5%). Anche al Sud, inoltre, si registrano cali per l’agricoltura (-2%), ma più modesti rispetto alle altre aree geografiche. In calo al Sud anche gli altri servizi: -1%.


Green economy, la nuova frontiera dell’occupazione

Si sente ogni giorno di più parlare di green economy e di politiche sostenibili. Ma non sono solo parole e azioni in gran parte astratte. Si tratta, oggi, di una vera e propria occasione di carriera. Lavorano già in questo settore quasi 3 milioni di addetti, il 13,1% dell’occupazione complessiva, secondo dati recenti della Fondazione Symbola e di Unioncamere, GreenItaly 2017.

La figura del CSR manager

Soprattuto, emerge una figura professionale nuova e interessante. Si tratta del CSR manager, responsabile nelle imprese delle scelte e delle politiche di sostenibilità. Si tratta di un ruolo ancora poco diffuso e soprattuto poco conosciuto dai giovani universitari che pure sono particolarmente interessati ai temi della responsabilità sociale di impresa. Proprio per condividere informazioni sui percorsi formativi, prospettive e ambiti lavorativi della CSR, oltre oltre 200 giovani laureandi e neolaureati provenienti da tutta Italia hanno dato vita al CSRnatives, un network, creato da Koinètica e Andrea Di Turi nel 2015

I commenti di chi già opera nella green economy

“Entrato nella rete dei CSRnatives ormai più di tre anni fa, posso dire di essere un vecchio nativo – ha dichiarato ad Askanews Giovanni Martoccia, appartenente alla rete dei CSRnatives e oggi Sustainability Program Developer – L’entusiasmo contagioso di questo gruppo di giovani e meno giovani ha confermato che non ero il solo a credere in un mondo più sostenibile. Attualmente lavoro in SGS come Sustainability Program Developer. Grazie alla rete ho potuto approfondire tematiche di mio interesse e avere un continuo scambio con giovani e imprese che integrano la sostenibilità nella propria strategia. Siamo in ritardo sul futuro, diamoci una mossa!”.

Le capacità del CSR manager

Tra le tante capacità che un manager della  Corporate Social Responsibility deve possedere, ce ne sono cinque fondamentali. Si tratta di ascolto, dedizione, dialettica, disponibilità, engagement. Ecco in dettaglio, la specifica di ogni voce così come illustrato dalla nota: “Ascolto: indispensabile per raccogliere le informazioni dai responsabili dei vari settori aziendali e sintetizzarle in modo efficace nel Bilancio sociale dell’impresa. Ma anche per dare voce alle istanze delle diverse categorie di stakeholder nel piano di sviluppo strategico dell’azienda. Dedizione: fondamentale perché porta il CSR manager a rimboccarsi le maniche, a dotarsi degli strumenti giusti e non arrendersi finché raggiunge il risultato desiderato. Dialettica: convincere e coinvolgere i propri interlocutori con capacità di dialogo e di confronto è necessario per trasformare le idee in progetti concreti. Disponibilità: ovvero empatia verso l’interlocutore, una caratteristica imprescindibile per chi, come il CSR manager, deve interagire con soggetti diversi, i tanti stakeholder dell’organizzazione. Engagement: il CSR manager deve essere capace di coinvolgere sia il pubblico interno sia quello esterno all’impresa. L’engagement si traduce in impegno, affidabilità, fiducia, stimola l’innovazione, dà origine a conoscenze comuni, crea nuove opportunità”.

Dalla Mappa della sostenibilità a un appuntamento concreto

I CSRnatives hanno anche realizzato, sulla base di precise analisi in tutta Italia, la Mappa della sostenibilità in Italia: oggi include 500 imprese.  La Mappa della sostenibilità sarà man mano incrementata e sarà presentata il 2 ottobre 2018 a Milano, nella prima giornata de Il Salone della CSR e dell’innovazione sociale che si terrà all’Università Bocconi.


2018, l’identikit delle imprese a Milano, Monza Brianza e Lodi

Milano, Monza Brianza e Lodi confermano il loro dinamismo imprenditoriale, anche nel primo trimestre del 2018. Solo nel periodo gennaio-marzo di quest’anno l’imprenditoria locale  ha messo a segno una crescita complessiva di circa l’1%. L’identikit dell’imprenditoria dell’area, tra le più vivaci e sane di tutta Italia, è il risultato di una elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati del registro delle imprese e sul report Movimprese elaborato di recente con Infocamere. La ricerca evidenzia in particolare l’ottimo stato di salute delle imprese attive nei servizi finanziari, direzionali, informatici, che crescono decisamente di numero, così come va bene il turismo, tra alberghi e ristoranti. Crescono di anno in anno anche le imprese guidate da stranieri e da donne. Milano, ovviamente, si conferma la regina delle imprese in Regione, con oltre 300 mila attività.

I numeri del milanese

L’analisi ha preso in considerazione l’imprenditoria di Milano, Monza Brianza e Lodi, facendo letteralmente i “conti”. Sono 378 mila le imprese tra Milano (oltre 300 mila), Monza (64 mila), Lodi (14 mila). Il territorio nel suo insieme cresce del +0,9% in un anno. Le imprese straniere sono 56 mila (+3,9%), quelle femminili 67 mila (+1,3%), e infine quelle giovanili 29 mila (-2,2%), unico dato in calo.

I settori in maggior crescita

Il report evidenzia che i settori che registrano i maggiori tassi di crescita sono: servizi finanziari (4 mila, +9%), attività direzionali e manageriali (11 mila, +7,4%), software e informatica (7 mila imprese, + 5%), ristoranti (11 mila, +4,7%), servizi a uffici (8 mila, + 4%), attività di servizio per edifici e paesaggio (circa 9 mila, +3,8%), industria alimentare (2.224, +3%), alloggio (1.448, +2%), attività professionali (7.600, +2%), costruzioni (38 mila, +0,9%).

L’analisi territoriale zona per zona

Più nel dettaglio, a Milano si supera quota 300 mila imprese, con un aumento dell’1,1% sull’analogo periodo dell’anno precedente (erano 297 mila). Le imprese straniere sono 48 mila (+4%), le femminili 53 mila (+1,3%), le giovanili 22 mila (-2,1%). Il bacino Monza Brianza conta 64 mila imprese, un numero rimasto stabile in un anno. Le imprese straniere sono oltre 6 mila (+3,9%), le femminili 11 mila (+1,6%), le giovanili oltre 5mila (-1,9%).  Infine, Lodi può contare su 14.527 imprese, segnando una lieve flessione dello 0,7% in un anno. Le imprese straniere sono quasi 2 mila (+2,2%), le femminili quasi 3 mila (+0,3%), le giovanili 1.300 circa (-4,7%).


È in arrivo il Telepass Europeo per le auto

Telepass lancia il Telepass Europeo per le auto, che ora si aggiunge a quello dedicato ai mezzi pesanti, il Telepass Eu, già in vigore da oltre un anno in Francia, Spagna, Portogallo, Italia, Belgio, Polonia e Austria. Grazie all’accordo tra Telepass, il gruppo francese Aprr-Area e la spagnola Pagatelia, i clienti italiani quindi ora possono viaggiare sulla rete autostradale italiana, francese, spagnola e portoghese senza doversi fermare per il pedaggio. Ma non solo…

 

Oltre al pedaggio si potrà pagare anche il parcheggio

Il nuovo servizio della società del gruppo Atlantia consente infatti di pagare, oltre al pedaggio autostradale, anche i parcheggi nelle città dei Paesi coperti dal servizio. E alle principali città italiane come Milano, Roma, Torino, Firenze e Napoli, si aggiungono 400 parcheggi in città europee tra cui Parigi, Madrid e Barcellona, riporta Adnkronos.

Il Telepass Eu per le auto è un servizio pay per use, con un costo di attivazione di 6 euro, e un canone aggiuntivo di 2,40 euro solo nei mesi in cui viene varcata la frontiera. L’importo del pedaggio estero sarà fatturato e addebitato sul proprio conto corrente insieme al pedaggio italiano e con le stesse modalità.

Obiettivo: estendere il servizio anche ai Paesi con un’importante rete autostradale

“Finalmente, grazie agli accordi con i nostri partner in Francia e Spagna – commenta Giovanni Castellucci, amministratore delegato di Atlantia – possiamo estendere il servizio Telepass per le auto anche ai Paesi con una importante rete autostradale come appunto Francia e Spagna”. Proprio come già avviene per i mezzi pesanti, per i quali la società è in grado di offrire un servizio di pedaggio transfrontaliero in 7 Paesi europei

Dopo una prima fase di avvio l’attivazione sarà possibile anche attraverso il sito telepass.com

Per i clienti Telepass, per accedere al nuovo Telepass Europeo, è sufficiente richiedere l’attivazione sul proprio contratto Telepass Family presso i Punto Blu presenti sulla rete autostradale e ottenere il nuovo dispositivo. Per i nuovi clienti, invece, basterà sottoscrivere un contratto Telepass Family e contestualmente all’attivazione del nuovo servizio richiedere il dispositivo interoperabile. Dopo una prima fase di avvio, l’attivazione sarà possibile anche attraverso il sito telepass.com.

6,2 milioni di clienti Telepass in Italia e in Europa

Con 6,2 milioni di clienti in Italia e in Europa, di cui oltre 400.000 mezzi pesanti equipaggiati con dispositivi italiani, e 140.000 che dispongono del servizio di pagamento del pedaggio all’estero, Telepass è l’unica società in grado di offrire il servizio di telepedaggiamento completo in ogni processo, dallo sviluppo dell’apparato, al riconoscimento delle transazioni, alla gestione della fatturazione.


Cosa chiedono gli europei a Google? Dal costo di Netflix a quello di un cavallo

Google è diventato l’oracolo moderno, per tutti. Quando non sappiano qualcosa, quando cerchiamo una risposta veloce o semplicemente non ci ricordiamo un dettaglio, un titolo o un evento, ecco che iniziamo a digitare sulla tastiera. E Google non è mai avaro di risposte. D’altro canto, il motore di ricerca è anche un enorme “contenitore” di dati relativi a quelli che sono i nostri interessi, ciò che ci rappresenta, che ci incuriosisce di più ma anche in merito alle nostre abitudini culturali.

Una ricerca europea svela i segreti dietro le domande

Per rispondere almeno in parte a queste curiosità, la piattaforma di sconti online CupoNation ha fatto un viaggio culturale in diversi paesi europei, per la precisione otto, per scoprire cosa cercano gli utenti in riferimento ai prezzi di prodotti e servizi. Quello che emerge con forza è che ogni cultura ha interessi propri e utilizza le proprie disponibilità economiche diversamente l’una dall’altra.

Tutti pazzi per lo streaming

In base ai dati raccolti, Netflix batte Amazon Prime nelle ricerche europee. Sembrerebbe, infatti, che diversi paesi domandino al motore di ricerca il costo di Netflix, piattaforma americana che mette a disposizione contenuti streaming on demand anche in Europa. Dall’Italia alla Spagna, passando per la Germania, all’Olanda, gli utenti vogliono sapere quanto dovranno spendere per usufruire del servizio.

Italiani e costo della vita in Portogallo

Si sa, i risultati di ricerca in Italia colpiscono sempre. Sembrerebbe che gli italiani, come il resto d’Europa, siano interessati al costo di Netflix. Tra gli altri risultati spuntano il costo di un cavallo, ma soprattutto a trasferirsi in Portogallo. Curioso no? Chissà che il Portogallo non diventi la prossima meta per tanti del Bel Paese.

Intrattenimento in Germania

Altri paesi invece, come la Germania, sono più interessati ai prezzi di prodotti o servizi di intrattenimento. Nei primi tre risultati delle ricerche del paese emergono Netflix, iPhone X e la PS4.

Quanto costa mantenere un bebè: i quesiti in Belgio e Francia

In Belgio, invece, l’attenzione si sposta sulla persona: si domanda quanto costa partorire, mantenere un bambino ogni mese e un dipendente. Simile la Francia, in cui l’interesse si concentra sul matrimonio e poi… sul divorzio. Singolari anche le ricerche effettuate dai finlandesi: fanno domande sulla mobilità chiedendosi quanto costa prendere il taxi, assicurare una motoslitta o trasportare un piano.  Ancora più divertenti i risultati in Svezia. Nei primi tre risultati di ricerca, gli svedesi domandano a Google quanto costa un cane, un criceto e addirittura un cavallo.


Il vino? Allunga la vita (ma solo se bevuto con moderazione)

Per fortuna, esiste qualche piacere della vita che non solo non fa male, ma anzi porta addirittura grandi benefici alla salute. E’ il caso del vino che, se consumato con moderazione, potrebbe ridurre il rischio di malattie cardiovascolari e tumori, ma potrebbe anche essere un valido alleato a ‘ripulire la mente’, aiutando il cervello a eliminare le tossine, comprese quelle associate alla malattia di Alzheimer. Al massimo due bicchieri di vino al giorno, quindi, rappresenterebbero un toccasana utile e piacevole per conservare il proprio cervello scattante e vitale.

La ricerca che dà il via libera al brindisi

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports, infatti, aiuta a spiegare quanto precedenti ricerche hanno già dimostrato, ovvero che una moderata assunzione di alcol è associata a un minor rischio di declino cognitivo. L’eccesso di alcol, d’altro canto, è risaputo che possa portare esattamente all’estremo opposto, ovvero a un declino cognitivo più veloce. Lo studio porta la firma dei ricercatori dell’Università di Rochester Medical Center (URMC) che in passato avevano descritto il funzionamento del sistema glinfatico, ovvero il processo di pulizia del cervello, attraverso il quale il liquido cerebrospinale viene pompato nel tessuto cerebrale e permette di eliminare tossine, comprese le proteine beta amiloide e tau, associate con l’Alzheimer. Sempre lo stesso team aveva approfondito lo studio, rivelando che  il sistema glinfatico è più attivo mentre dormiamo, rischia di essere danneggiato da ictus e traumi e proprio come ogni altra parte del nostro corpo migliora con l’esercizio.

I risultati del test dedicato all’alcol

Nel corso del tempo la ricerca è proseguita e ha esaminato ulteriori fattori. I ricercatori hanno condotto un nuovo studio sui topi per esplorare i possibili effetti dell’alcol sull’organismo. Studiando il cervello di animali esposti ad alti livelli di alcol per un lungo periodo di tempo, i ricercatori hanno osservato che negli astrociti, cellule chiave nella regolazione del sistema linfatico, si raggiungevano alti livelli di un marcatore molecolare per l’infiammazione. Questo fattore era direttamente collegato a ridotte capacità cognitive e motorie. In topi esposti a bassi livelli di consumo di alcol, pari a circa 2 bicchieri al giorno, invece, il sistema glinfatico era più efficiente nel rimuovere i rifiuti-tossine rispetto agli animali non esposti. Inoltre i livelli di infiammazione cerebrale erano inferiori. Per chi apprezza un buon bicchiere ogni tanto, quindi, non può che essere una bella notizia. Così bella da meritarsi un brindisi.


Gaming disorder, l’Organizzazione Mondiale della Sanità lo riconosce come patologia

La notizia era nell’aria già da alcune settimane, ma adesso arriva l’ufficialità.L’OMS – l’Organizzazione Mondiale della Sanità – ha deciso formalmente di inserire la dipendenza da videogiochi nella prossima revisione della International Classification of Diseases, la ‘lista ufficiale’ delle malattie, prevista per metà anno. Lo ha annunciato la stessa Organizzazione in un post sul proprio sito.

Gaming disorder, di cosa si tratta?

“Il ‘gaming disorder'” si legge nella nota dell’Oms “racchiuderà una serie di comportamenti caratterizzati da una mancanza di controllo sul gioco, dalla precedenza data al gioco rispetto alle altre attività e interessi quotidiani, e all’escalation del problema nonostante il manifestarsi delle conseguenze negative”. “Per arrivare alla diagnosi il problema comportamentale deve comportare una significativa compromissione delle funzioni personali, familiari, sociali e occupazionali per almeno 12 mesi” spiega il sito.

Non necessariamente una patologia

“Gli operatori sanitari devono riconoscere che la dipendenza da giochi può avere conseguenze molto serie per la salute – ha dichiarato Vladimir Poznyak, del dipartimento per la salute mentale e l’abuso di sostanze dell’Organizzazione -. La maggior parte delle persone che gioca i videogame non ha questo problema, come la maggior parte di chi consuma alcol non lo fa in modo patologico. Tuttavia in alcune circostanze l’abuso può portare a effetti avversi”.

I segnali da non sottovalutare

Sempre l’OMS fornisce precise indicazioni per individuare il il gaming disorder, indicando anche delle caratteristiche chiave. Le principali sono:

– mancanza di controllo sul gioco;

– crescente priorità data al gioco su altre attività e interessi quotidiani;

– aumento del tempo dedicato al gioco nonostante si manifestino conseguenze negative.

Prima che venga emessa la diagnosi di malattia, la dipendenza da videogiochi deve manifestarsi in modo da impattare da almeno 12 mesi in modo negativo sulla vita familiare, personale, sociale, di studio o di lavoro.

In diversi paesi rappresenta già un’emergenza

L’inserimento della malattia segue lo sviluppo di programmi di trattamento in molte parti del mondo. “L’inserimento porterà ad una maggiore attenzione ai rischi di sviluppare il problema e allo sviluppo di misure rilevanti di prevenzione e terapia” spiega l’OMS. In diversi Paesi, infatti, la dipendenza da videogame viene già trattata con apposite terapie. L’inserimento della patologia fra quelle riconosciute dall’Organizzazione, permetterà diversi passi avanti nella ricerca e nella cura di simili problemi, ad esempio attraverso la raccolta dei dati, l’elaborazioni di statistiche e trend, l’individuazione di metodi uniformi per la diagnosi e la cura. E, soprattutto, potranno essere definite linee guida per affrontare in maniera coerente il disturbo in tutto il mondo.


Instagram, arrivano i nuovi hashtag. Ecco come cambia la ricerca

E’ il social che negli ultimi tempi ha messo a segno i maggiori tassi di crescita e di gradimento. Piace, e tanto, anche alle aziende, per le grandi possibilità di advertising e comunicazione che offre. Ovvio che, con un simile potenziale e un bacino di utenti che solo in Italia si aggira sugli otto milioni di persone al giorno, il social nato inizialmente per condividere foto (e successivamente video) sia ormai grande e pronto a sperimentare nuove formule.

Rivoluzione hashtag

La paternità dell’hashtag, il simbolino con il #, si deve a Twitter. Ma dai cinguettii il celebre cancelletto è poi è emigrato anche negli altri social network. Di fatto, serve per “etichettare” un determinato argomento, un tema, una conversazione. E ora su Instagram gli hasthag avranno una funzione tutta nuova, e sono collegati al tasto “Segui” normalmente utilizzato per le Stories e i profili.

Cosa cambia rispetto al passato?

Adesso con il tasto Segui diventa possibile seguire, appunto, gli hashtag di nostro interesse. Non sarà quindi più necessario seguire un determinato account, ma si potrà fare una ricerca per “etichette”, ovvero per argomenti, che verranno proposti all’utente in maniera chiara e organizzata. Gli utilizzatori sono così svincolati dal dover seguire un determinato account, e potranno informarsi o curiosare semplicemente ricercando i temi di loro interesse. Per Instagram, si tratta di una piccola rivoluzione: sarà infatti il contenuto, l’argomento, il vero protagonista dell’esperienza. Si potrà perciò diventare follower non solo di un profilo, ma anche di un’etichetta. Se si è appassionati di design, sarà sufficiente seguire l’hashtag #design, così come se si è patiti di pallacanestro #basket.

Le opportunità per le aziende smart

Con questa novità, le opportunità per i vari brand di promuoversi e di farsi conoscere cambiano prospettiva. E’ evidente che occorrerà una politica attenta e mirata per creare degli hashtag corretti e puntuali collegati ai vari post, così da farsi trovare e seguire. Ancora, Instagram ha annunciato che i contenuti verranno organizzati in maniera organica, sulla base delle tendenze e delle preferenze espresse, così da non “intasare” la home di immagini legate agli #.

In arrivo la condivisione su WhatsApp?

Sembrerebbe in arrivo anche la possibilità di condividere i post di Instagram anche su WhatsApp. A oggi, da Instagram si può già condividere i propri contenuti su Facebook e anche su Twitter. In effetti, il percorso sembrerebbe tutto sommato naturale, visto che sia Instagram sia WhatsApp fanno parte dello stesso gruppo (Facebook Inc.).


Gli italiani continuano a sognare il posto fisso

In un’epoca smart, dove smart e flessibili devono essere anche e soprattutto le persone, il posto fisso continua a rimanere un mito. Un po’ come Checco Zalone nel suo ultimo film, l’italiano medio sogna una scrivania o un cartellino che sia… per tutta la vita. Lo rivela il 14o Rapporto Censis – Ucsi sulla comunicazione intitolato ‘I media e il nuovo immaginario collettivo’.

Oltre al dato singolare sul posto fisso, l’analisi mette in luce diversi comportamenti dei nostri connazionali, specie sul web. Ecco alcuni degli aspetto più interessanti del rapporto.

Italiani iperconnessi e preoccupati per le fake news

In contemporanea con l’aumento del numero di italiani che naviga in internet (il 75% della popolazione, +1,5% rispetto al 2016), cresce anche il rischio di incappare e farsi abbindolare dalle fake news. La metà dei navigatori del Belpaese, il 52,7%, ha infatti dato credito, almeno qualche volta, alle notizie false in rete. Per 3/4 degli italiani (77,8%) le fake news sono un fenomeno pericoloso perché “inquinano il dibattito politico e fanno crescere il populismo”.

Miti contemporanei

Come racconta il rapporto del Censis, gli italiani oscillano tra tradizione e modernità. In cima alla lista dei miti della contemporaneità si conferma ancora il posto fisso. Seguono, fra gli altri, social network (28,3%), casa di proprietà (26,2%), gli smartphone (25,7%) e la cura del corpo (22,7%). Tra gli altri, più indietro, un buon titolo di studio (14,4%). Il mezzo che ancora più influenza l’immaginario è la televisione (28,5%), poi social network (27,1%), internet (26,6%), i giornali (8%), la radio (4,6%), i libri (3,2%) e ultimo il cinema (2,1%).

Le App cambiano comportamenti a abitudini della popolazione

Le innovazioni digitali hanno un forte riverbero sui comportamenti quotidiani e hanno in parte mutato le abitudini degli italiani. Ad esempio, il 39,7% degli utenti di internet controlla il proprio conto corrente grazie all’home banking (circa 15 milioni di persone) e il 37,7% fa shopping in rete. Ci sono però aspetti che continuano a rimanere ancorati al passato: ai nostri connazionali non piace prenotare le visite mediche in rete (lo fa solo l’8%), così come non decolla – almeno fino ad ora – il rapporto digitale fra cittadini e Pubblica amministrazione (fermo al 14,9%).

Smartphone, il compagno preferito dai più giovani

Il rapporto del Censis rivela che tra i giovani (14-29 anni) la quota di utenti della rete arriva al 90,5%, quasi la totalità della popolazione. Diversa la penetrazione del mezzo tra le persone più anziane (65-80 anni), dove si ferma al 38,3%. Altro dato interessante è che gli smartphone sono utilizzati dall’89,3% dei ragazzi mentre solo dal 27,6% dei senior.