La prima colazione vale più di 10 miliardi di euro

Nel 2018 la produzione a valore dei prodotti usati per la prima colazione è stata di circa 10 miliardi e 440 milioni di euro. A promuovere la prima colazione come una buona abitudine non sono solo la comunità scientifica e gli esperti di nutrizione, ma anche l’industria alimentare. Una ricerca a cura dell’Osservatorio Doxa/UnionFood dal titolo Io Comincio Bene ha indagato le abitudini degli italiani appena svegli, scoprendo che l’88% di loro non rinuncia al primo pasto della giornata, il 2% in più rispetto a 6 anni fa. Accanto al calo dei breakfast skipper, coloro che saltano la colazione, passati dal 14% del 2013 al 12% del 2019, segnali incoraggianti arrivano anche dai 4 milioni di famiglie con figli under 14, di cui oggi ben il 98% fa colazione, contro l’88% di sei anni fa.

Aumentano i giovanissimi che “saltano” il pasto

Chi invece non ha ancora fatto propria questa abitudine sono i giovanissimi. Secondo la ricerca tra i 15 e i 24 anni il numero di chi salta il primo pasto della giornata è salito al 18%. Ma perché rinunciano? Per la difficoltà a mangiare appena svegli (29%), perché preferiscono consumare qualcosa a metà mattina (25%), perché ci si alza troppo tardi (16%) o per mancanza di tempo (15%).

Per chi la fa, comunque, la colazione è soprattutto in casa, riporta Askanews. Se nel 2004 erano il 70% oggi sono l’85% gli italiani che la fanno tra le mura domestiche, con un aumento del tempo dedicato a questo momento pari a 13 minuti, contro i 10 del 2013 e i 9 del 2004.

Un comparto in ottima salute

Il comparto della prima colazione mostra quindi segnali positivi. La biscotteria, ad esempio, tra fette biscottate e biscotti vari cresce a valore del +2,6% tra 2018 e 2017, le marmellate del 2,1% sul 2017, e il miele tocca 165 milioni di euro.

Quando si parla di prima colazione, tuttavia, non si possono dimenticare latte e yogurt, che mostrano un andamento altalenante. Secondo Assolatte il latte fresco, quello Esl e il latte a lunga conservazione (UHT) hanno chiuso il 2018 con un calo, con il fresco che ha evidenziato le perdite maggiori (-7,6% a volume e -6,6% in valore). Di contro, yogurt e latte fermentato mostrano una leggera ripresa (+0,7%) dei consumi, che nel canale Gdo arriva a 326mila tonnellate.

“Deve far bene, ma deve anche piacere, altrimenti l’industria non vende”

“Il nostro è un settore in salute che aiuta a stare in salute – commenta Marco Lavazza, presidente di Unione Italiana Food – e continuare a difendere ed esportare sani stili di vita è un nostro dovere”. Non solo una buona abitudine, dunque. La prima colazione, talvolta relegata al ruolo di cenerentola dei pasti, è anche un importante comparto dell’industria alimentare, che come ha ricordato il direttore generale di Unione italiana food, Mario Piccialuti, “deve tenere conto di piazzare sul mercato un prodotto che per sua definizione deve piacere al consumatore, deve far bene sì, ma deve piacere, altrimenti l’industria non vende”.


Lombardia al top per vendite a domicilio. Nel 2018 fatturati 249 milioni

La Lombardia è in testa alla classifica delle regioni italiane per la vendita a domicilio. L’anno passato nella regione le aziende associate Univendita hanno realizzato un fatturato di 249.318.000 euro, in crescita del 5,1% rispetto al 2017. La Lombardia vale quindi il 15% del fatturato nazionale delle aziende associate Univendita, pari a più di 1 miliardo e mezzo, ed è seguita, nell’ordine, da Campania, Veneto e Lazio. È però al Sud e nelle Isole che si registra il numero più elevato di venditori a domicilio, oltre 80 mila, pari al 51% degli addetti del settore.

A livello nazionale raggiunti 1 miliardo e 662 milioni di euro

Secondo i dati rilevati dal Centro Studi Univendita, a livello nazionale nel 2018 le vendite a domicilio hanno raggiunto la cifra di 1 miliardo 662 milioni di euro. Per quanto riguarda la distribuzione geografica il Sud e le Isole realizzano il 35,1% del fatturato (583 milioni di euro), seguiti dal Nord Ovest, che vale complessivamente il 25,2% del fatturato (419 milioni di euro), il Nord Est (370 milioni di euro), e il Centro (289 milioni). Nella classifica nazionale dopo la Lombardia sul secondo gradino del podio si piazza la Campania (176 milioni di euro di fatturato), al terzo posto il Veneto (161 milioni di euro) e al quarto il Lazio (131 milioni di euro).

Per numero di addetti Sud e Isole al primo posto

Nel Nord Ovest dopo la Lombardia si posizionano il Piemonte e la Valle d’Aosta, con il 7,9% del fatturato, e la Liguria (2,3%).

La classifica cambia se si guarda al numero degli addetti alla vendita. Nel 2018 in Lombardia hanno operato quasi 18 mila venditori a domicilio, pari all’11,2% degli oltre 159 mila addetti complessivi. La Lombardia è dunque al terzo posto per numero di venditori, dopo la Campania (24.800 addetti) e la Sicilia (con 22.700 addetti). L’area del Sud e Isole è infatti quella dove nel 2018 si è concentrato il 50,7% dei venditori, pari a 80.700 addetti. Seguono il Nord Ovest, con 30.100 addetti (il 18,9% del totale), il Nord Est, e il Centro, aree che contano entrambe circa 24.200 addetti (il 15,2% del totale).

Le donne rappresentano il 92,5% degli incaricati

Univendita aderisce a Confcommercio, e rappresenta il 46% del valore dell’intero comparto della vendita diretta in Italia.

“Anche quest’anno si conferma il primato della Lombardia per quanto riguarda il fatturato realizzato dalle aziende della vendita a domicilio – dichiara Ciro Sinatra, presidente Univendita -. Le regioni meridionali sono invece quelle che guidano la classifica per quanto riguarda il numero di venditori: oltre la metà degli addetti delle aziende di Univendita opera nel Sud e Isole. In quest’area la vendita a domicilio rappresenta un’opportunità soprattutto per le donne, che rappresentano il 92,5% degli incaricati delle aziende Univendita a livello nazionale”.


Il lavoro agile attrae i talenti. A che punto è l’Italia?

Il tema centrale nelle strategie aziendali, in Italia come in Europa, è l’adattamento agli stili di lavoro del futuro dettati dalla trasformazione digitale. Tanto che a oggi la metà delle aziende italiane ha introdotto lo smart working, e il 55,5% lascia decidere al dipendente quando iniziare e finire la giornata lavorativa, o sta pianificando di farlo. Il 44,4% invece predispone, o sta predisponendo, la possibilità di affidare al dipendente la scelta di dove lavorare.

Questo perché “Le persone sono il cuore pulsante dell’attuale trasformazione digitale – sostiene il vicepresidente Commercial Sales di Dell Technologies, Filippo Ligresti – e le aziende sono chiamate a trasformare il proprio workplace per attrarre, trattenere e permettere ai migliori talenti di esprimersi al meglio”.

Italia dietro la Francia, ma davanti alla Germania

La fotografia sul futuro del lavoro è stata scattata da Dell Technologies e VMware con una ricerca commissionata a Idc. Secondo Marco Fanizzi, vicepresidente Enterprise Sales di Dell Technologies, oggi “più del 45% delle imprese ha in programma un incremento degli investimenti relativi alla trasformazione del posto di lavoro nei prossimi 12 mesi”.

In particolare, per quanto riguarda lo smart working, l’Italia è dietro la Francia, dove il 56,36% imprese già lo adotta, e la Repubblica Ceca, con il 50,91%, ma davanti alla Germania (45,28%) e Spagna (42,86%).

Migliorare l’equilibrio tra vita lavorativa e privata dei dipendenti

In questo scenario il 46% delle imprese italiane ha adottato nuove policy di sicurezza, una percentuale leggermente al di sotto delle media europea (48%). Mentre, sul fronte degli obiettivi, secondo i risultai dello studio  l’Italia risulta ancora distante dagli altri Paesi Ue, riporta una notizia Ansa.

Solo per il 37% delle imprese italiane, poi, contro il 40% europeo, il miglioramento dell’equilibrio tra vita lavorativa e privata dei propri dipendenti è tra i principali obiettivi dei programmi di smart working. Un valore ben distante dai livelli di Spagna (53,57%), Germania (49,06%), e Inghilterra (47,46%).

Sicurezza, privacy e governance aziendale i timori che rallentano lo smart working in Italia

Molto più sentito, per le imprese nostrane, è invece l’elemento dell’efficientamento dei costi, che risulta prioritario per il 48% degli intervistati contro il 40% della media europea, si legge ancora nello studio.

Tra le barriere che rallentano l’adozione di progetti legati allo smart working in Italia lo studio rileva invece soprattutto i timori legati ad aspetti quali sicurezza, privacy e governance aziendale.


Il bianco più bianco si può: lo ha “inventato” un insetto

Cinque anni fa un piccolo coleottero asiatico del genere Cyphochilus stupì il mondo dei ricercatori per il suo eccezionale candore. Una ricerca internazionale pubblicata su Scientific Reports, e guidata dai ricercatori del Laboratorio Europeo di Spettroscopia Non lineare (Lens) dell’Università di Firenze, rivelò che il segreto del coleottero è da ricercare nella particolare struttura che riveste l’insetto. E ora un team composto da ricercatori dell’Ateneo di Firenze, dell’Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica (Inrim) e dell’Accademia delle Scienze di Pechino è riuscito a realizzare “un bianco” addirittura superiore all’esempio naturale.

Microscopiche scaglie dallo spessore estremamente ridotto

Il corpo dell’insetto Cyphochilus è ricoperto da un polimero chiamato chitina, composto da  microscopiche scaglie di un bianco particolarmente intenso e dallo spessore estremamente ridotto. Rispetto a un foglio di carta, le scaglie sono organizzate internamente con una fitta rete di filamenti sottilissimi, centinaia di volte più sottili di un capello, che riescono a diffondere la luce in modo molto efficiente.

Dal 2014 a oggi ricercatori di tutto il mondo hanno provato a ricreare il bianco del coleottero imitandone la struttura, ma finora sono stati ottenuti materiali solo mediante tecniche estremamente complesse, che oltre a rendere più difficile la fabbricazione su larga scala sono assai diverse dai meccanismi che guidano la crescita della struttura dell’insetto.

Un processo che combina acqua e polistirolo

Ma i ricercatori dell’Ateneo di Firenze, dell’Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica (Inrim) e dell’Accademia delle Scienze di Pechino sono riusciti a ottenere un materiale ancora più bianco di quello dell’insetto. E tramite una procedura piuttosto semplice. Per il nuovo materiale è stato scelto un polimero, il polistirene (di fatto il polistirolo), sottoposto a un processo che separa spontaneamente una miscela di polistirene dissolto e acqua.

“Uno dei risultati della ricerca – spiegano i componenti Unifi del team, Lorenzo Pattelli e Diederik Wiersma – è stato quello di riuscire a regolare le dosi dei due materiali e la velocità di evaporazione dell’acqua per far sì che il processo di separazione di fase si arresti a uno stato intermedio”.

Una molteplicità di utilizzi, dalle vernici più ecologiche a schermi ultrasottili e flessibili

Il risultato è un’architettura di polistirene composta da una rete di microscopici filamenti e tunnel collegati fra loro detta bicontinua. Una struttura particolarmente interessante perché a oggi a livello industriale il colore bianco viene ottenuto con l’aggiunta di nanoparticelle, che se inalate sono potenzialmente dannose per la salute. “Mentre nel nostro caso abbiamo una struttura unitaria non composta da parti separabili”, commentano Pattelli e Wiersma. Caratteristiche, riferisce Adnkronos, che fanno ipotizzare per il nuovo materiale una molteplicità di utilizzi, dalla produzione di vernici più ecologiche a tessuti termoregolanti, pannelli solari più efficienti e schermi ultrasottili e flessibili. Inoltre, se immerso in acqua il materiale diventa temporaneamente trasparente, suggerendo altre possibili applicazioni per sensori di umidità. O per monitorare otticamente l’espirazione.


In Europa +70% di senzatetto, e oltre 7 milioni in arretrato con i pagamenti dei mutui

Ogni notte in Europa circa 700 mila persone dormono in strada, e dal 2009 i senzatetto sono aumentati del 70%. Ma i servizi di ospitalità presenti nei diversi paesi europei non riescono a garantire un rifugio per la notte a tutti, né ad assistere le persone senza fissa dimora in modo sicuro e adeguato. E anche tra coloro che hanno una casa le condizioni di vita non sono sempre ottimali: più di 17 milioni di famiglie nell’Ue non possono permettersi di riscaldare adeguatamente le loro abitazioni, e oltre 7 milioni sono in arretrato con il pagamento delle rate del mutuo o dell’affitto. Inoltre, più di un europeo povero su quattro vive in alloggi condivisi con un numero elevato di persone.

Perdita della casa e vagabondaggio, conseguenze estreme della crisi economica

Nel 2017 il 3% della popolazione europea totale e l’8% delle famiglie povere risultavano in arretrato con i pagamenti dell’affitto e del mutuo. I costi per i consumi energetici, le condizioni precarie degli edifici non ristrutturati condizionano la vita di un gran numero di europei che non possono permettersi i costi per abitazioni migliori. L’8% di tutte le famiglie europee ha avuto difficoltà a mantenere la casa sufficientemente calda, percentuali che sale a 18% tra famiglie povere. La perdita della casa, riporta Agi, e l’eventuale stato di vagabondaggio in cui cadono le persone in difficoltà, sono spesso le conseguenze estreme della povertà determinata da periodi di crisi economica.

Le politiche europee contro la povertà e l’esclusione sociale sono inefficaci

La strategia Europa 2020 aveva l’obiettivo di far uscire 20 milioni di europei dalla povertà entro il prossimo anno, ma appare ormai un traguardo difficile da raggiungere. La Federazione Europea delle organizzazioni che lavorano con persone senza dimora (Feantsa) e la Fondazione Abbé Pierre mettono in discussione l’efficacia delle politiche europee contro la povertà e l’esclusione sociale. Secondo le organizzazioni l’utilizzo diffuso e istituzionalizzato di alloggi di emergenza come principale sistema di risposta non è sufficiente a risolvere il problema. L’unica soluzione efficace è attuare strategie mirate alla prevenzione e al recupero delle persone che vivono in condizioni di esclusione abitativa.

In Italia almeno 28.697 senzatetto

Secondo il rapporto 2018 della Caritas le persone senza dimora che nel corso dell’anno si sono rivolte ai 1982 centri di ascolto delle diocesi di tutta Italia sono state 28.697, circa il 21% del totale degli utenti Caritas. Secondo il profilo delineato dal rapporto si tratta di persone che si trovano in situazioni di povertà estrema, il 33% delle quali si rivolge ai centri Caritas da più di tre anni. La Lombardia è la regione con il più alto numero di presenze, e con percentuali in crescita rispetto all’anno scorso (dal 30,4% al 32,9%), seguita dall’Emilia-Romagna (19%) e dal Lazio (11,8%). La concentrazione maggiore di richieste si trova comunque nelle città del Nord (64%), con percentuali molto più alte rispetto a quelle del Centro (24%) e del Mezzogiorno (12,5%).


Ue, 573 milioni per la banda larga in Italia

Lo annuncia la Commissione Ue: l’Unione destinerà all’Italia oltre 573 milioni di euro per la diffusione della banda larga veloce sul territorio. L’iniziativa contribuirà a portare l’accesso veloce a Internet in aree delle 20 regioni italiane in cui al momento non è disponibile, e interesserà il 20% della popolazione italiana: oltre 7 mila comuni italiani, per un totale di 12,5 milioni di abitanti, e quasi 1 milione di imprese. I fondi fanno capo alla politica di coesione Ue, e potranno essere utilizzati a copertura del 60% dei costi delle iniziative volte a portare la banda ultralarga nelle aree “scoperte”. L’azione dovrebbe essere completata entro la fine del 2020.

Velocità di connessione di almeno 100 (Mbps) per l’85% delle famiglie italiane

Il progetto fa parte del Piano digitale italiano – banda ultralarga, la strategia nazionale per la rete d’accesso di nuova generazione, e riguarderà, in particolare, le cosiddette “aree bianche”, in cui le forze di mercato non riescono a realizzare il necessario potenziamento delle infrastrutture, riferisce Ansa.

In particolare, il progetto mira a garantire velocità di connessione di almeno 100 megabit al secondo (Mbps) per l’85% delle famiglie italiane e per tutti gli edifici pubblici, soprattutto scuole e ospedali, e di almeno 30 Mbps per tutti entro il 2020.

“Un impegno concreto per migliorare la vita quotidiana dei cittadini”

“Le infrastrutture a banda larga di elevata qualità sono essenziali nell’economia e nella società di oggi – commenta Mariya Gabriel, Commissaria responsabile per l’Economia e la società digitale -. I cittadini beneficeranno pienamente del mercato unico digitale quando disporranno di un accesso illimitato alle reti più efficienti, che consentono di accedere in modo più diffuso a nuovi prodotti, servizi e applicazioni. Tali progetti gettano le basi per un’Europa digitale inclusiva e competitiva”. Il progetto offre opportunità commerciali senza precedenti, “servizi pubblici migliori e una migliore qualità di vita per i cittadini italiani – aggiunge Corina Crețu, Commissaria responsabile per la Politica regionale -. E rappresenta un impegno concreto da parte della Ue volto a migliorare la vita quotidiana dei cittadini”.

L’Italia è il secondo maggiore beneficiario dei Fondi strutturali e d’investimento europei

L’Italia, ricorda la Commissione europea, è il secondo maggiore beneficiario dei Fondi strutturali e d’investimento europei, compresi i fondi della politica di coesione, con uno stanziamento di 44,7 miliardi di euro per il periodo 2014-2020. Agli investimenti nella banda larga e nei servizi digitali, riporta CorriereComunicazione, sono destinati 1,9 miliardi. Inoltre l’Italia è il secondo maggiore beneficiario, in termini assoluti, del piano Juncker, il piano di investimenti per l’Europa, con 63,3 miliardi di euro in investimenti aggiuntivi già mobilitati, e oltre 286mila piccole e medie imprese che hanno potuto trarre vantaggio da un migliore accesso ai finanziamenti.


Il 37% degli italiani non può più vivere senza Internet

Alla vigilia del trentesimo compleanno di Internet una ricerca di Cisco tira le somme sull’importanza e il ruolo che la Rete ha assunto in questi anni a livello sociale e personale. E se per il 41,90% degli italiani connettere le persone è uno degli aspetti più positivi di Internet il 37% non saprebbe più vivere senza. Secondo il 79% dei nostri connazionali, inoltre, Internet ha reso possibile informarsi meglio e rimanere aggiornati, e ha creato nuove opportunità di intrattenimento (71%). Il 59% pensa poi che nel futuro la Rete offrirà molte altre opportunità, e vorrebbe che nei prossimi 30 anni permettesse un migliore accesso all’educazione. Mentre il 44% spera che diventi un mezzo per creare maggiore uguaglianza sociale.

L’impatto della Rete sul lavoro

La ricerca ha coinvolto 11000 persone della regione Emea, di cui poco più di mille in Italia. Per quanto riguarda l’impatto sul lavoro, oltre la metà degli italiani (51,9), crede che la Rete abbia anche aumentato la produttività, e abbia permesso di lavorare in modo diverso (50,5%), mentre un terzo degli intervistati vede in Internet uno strumento che ha consentito di acquisire nuove competenze (33%). Il 43% dei cittadini italiani riconosce poi che l’aspetto più rilevante sia l’aver creato nuovi modi di lavorare, mentre per il 41% Internet ha il grande merito di aver connesso di più le persone, e aver dato a tutti una voce per esprimersi (27%).

Nei prossimi 30 anni il web avrà un ruolo sociale

Nei prossimi 30 anni il Web sarà soprattutto un mezzo di cambiamento sociale e personale. Almeno, per il 59% dei cittadini, che lo ritengono uno strumento per migliorare l’accesso all’educazione, per migliorare l’accesso a servizi sanitari (58%) e per creare uguaglianza nella società (44%). Il 50% pensa che Internet potrebbe anche facilitare la creazione di nuove opportunità di reddito, e oltre un terzo degli italiani pensa che i benefici portati da Internet superino i rischi riferisce Askanews su fonte Cyber Affairs.

Continuare a diffondere la cultura digitale

Gli italiani riconoscono quindi l’impatto della Rete sull’economia, in particolare sul mondo del lavoro, e pongono grandi speranze per il futuro, soprattutto in termini di educazione e servizi per i cittadini.

“Possiamo dire di aver fatto la nostra parte nel fare di Internet quello che è oggi – commenta l’Ad di Cisco Italia Agostino Santoni – sia da un punto di vista tecnologico, dato che l’80% del traffico internet mondiale passa attraverso uno dei nostri dispositivi di rete, sia dal punto di vista della formazione e dell’investimento per diffondere la cultura digitale anche nel nostro Paese”.


Il “cartello” dei prezzi online lo fanno gli algoritmi

Già nel 2015 più di un terzo dei venditori su Amazon utilizzava algoritmi per determinare i prezzi dei prodotti venduti online. Ora la percentuale è sicuramente aumentata per il minor costo di questi sistemi, ma il rischio è che possano imparare a “fare cartello”, gonfiando il costo finale dei prodotti per massimizzare i profitti. Il tutto ovviamente a svantaggio dei consumatori. Lo ha scoperto un esperimento condotto dai ricercatori dell’università di Bologna, che hanno dimostrato come questo avvenga nonostante i sistemi di Intelligenza Artificiale non siano stati programmati per farlo.

L’AI impara dall’esperienza in maniera autonoma

Gli algoritmi di dynamic pricing, quelli utilizzati per calcolare i prezzi dei prodotti sono molto comuni in tutte le piattaforme di e-commerce. Si tratta di sistemi estremamente autonomi, e poiché il programmatore li istruisce solo relativamente all’obiettivo finale, ovvero massimizzare i profitti, sul metodo sono lasciati liberi di imparare “dall’esperienza”.

Inizialmente questi programmi di tariffazione erano stati realizzati per monitorare alcuni parametri, quali il traffico sulla piattaforma e le preferenze di acquisto degli utenti, allo scopo di calibrare i prezzi. Ad esempio, alzando o abbassando i prezzi a seconda di un maggiore o minore traffico sul sito. Successivamente questi sistemi si sono evoluti, e da semplici programmi basati su regole sono divenuti sistemi di AI in grado di apprendere in maniera autonoma.

Un esperimento su due algoritmi in competizione

“La preoccupazione – scrivono i ricercatori dell’Università di Bologna sulla rivista del Centre for Economic Policy Research – è che questi algoritmi possano scoprire da soli che se devono fare il profitto più alto potrebbero evitare una guerra dei prezzi” alleandosi fra loro. Per verificare questa possibilità i ricercatori hanno fatto interagire due algoritmi in un ambiente controllato, spingendone uno ad abbassare improvvisamente il prezzo di un ipotetico bene e verificando il comportamento successivo dell’altro.

Strategie collusive che non lasciano traccia

Il risultato è stato che dopo un certo tempo i prezzi non si sono allineati al ribasso, ma sono tornati alti per entrambe le intelligenze artificiali, riporta Ansa. In pratica gli algoritmi si sono comportati seguendo esattamente le istruzioni date dal programmatore, ovvero massimizzare i profitti. “Il nostro esperimento – sottolineano i ricercatori – suggerisce che in queste condizioni anche algoritmi relativamente semplici sistematicamente imparano a mettere in atto strategie collusive. L’aspetto più preoccupante è che non lasciano traccia dell’azione concertata, imparano a colludere solamente attraverso gli errori ripetuti, senza comunicare tra loro e senza istruzioni specifiche”.


Educazione finanziaria assente a scuola, ma 3 studenti su 4 la vogliono

L’educazione finanziaria è una materia assente nella maggior parte delle scuole italiane. Non è un caso i giovani mostrino una scarsa conoscenza dei più elementari concetti economici, e che il 58% dei ragazzi affermi di non avere mai affrontato l’argomento in classe. Solo il 16% sostiene che alcune ore della didattica siano dedicate all’educazione finanziaria, e il 26% di avere svolto qualche rara lezione. La voglia di approfondire questi temi, però, è molto più diffusa, e coinvolge tre quarti degli studenti. Per il 47% l’educazione finanziaria dovrebbe rientrare nella normale didattica e un altro 28% vorrebbe che la scuola istituisse dei corsi ad hoc, ma facoltativi, in materia.

Quasi tutti confondono le carte di credito con quelle di debito

Si tratta dei risultati di una ricerca condotta da Skuola.net su 10mila studenti di medie e superiori nel corso del mese dell’educazione finanziaria. Dalla ricerca emerge inoltre la scarsa conoscenza degli strumenti di pagamento più diffusi. Quasi tutti confondono le carte di credito con quelle di debito (e viceversa): per più di 7 ragazzi su 10, infatti, quando si effettua un pagamento con la carta di credito i soldi vengono prelevati subito dal conto corrente, mentre con la carta di debito il prelievo delle somme viene effettuato dopo un po’ di tempo.

Peccato che sia esattamente il contrario, riporta Italpress, e che solo il 28% dia la risposta corretta.

L’ignoranza finanziaria può dipendere anche dalla scarsa abitudine al risparmio

Questa diffusa ignoranza finanziaria in gran parte potrebbe essere il frutto della scarsa abitudine al risparmio. Solamente il 23% dei ragazzi intervistati ha un conto bancario o postale dove deposita i propri soldi, e il 40% lo alimenta con parte della paghetta o con i regali dei genitori e dei parenti. Nel 32% dei casi invece ci pensano direttamente i genitori, mettendoci qualcosa ogni tanto. Ma ci sono anche i casi (28%) in cui sia figli che genitori contribuiscono a far crescere il saldo. Il 31%, poi, si limita all’uso di una carta prepagata, e il 46% preferisce maneggiare solo denaro contante.

Il costo del denaro? Per il 22% sono le commissioni da pagare quando si prelevano soldi

Ma non è tutto. Il 7% dei ragazzi intervistati è convinto che quando si chiede un prestito o un finanziamento in banca si debba restituire solo la somma ricevuta, e la stragrande maggioranza (71%) crede che basti aggiungere al capitale solo gli interessi. Appena il 15% sa che, nel computo finale, bisogna considerare anche le spese. E, nonostante sembri una cosa ovvia, in tanti sbagliano a definire persino il costo del denaro: per il 22% si tratta delle commissioni da pagare quando si prelevano i soldi


Natale è il momento giusto per cercare lavoro

Se l’obiettivo per il 2019 è trovare un nuovo lavoro, approfittare del periodo di Natale può essere una buona idea per dare slancio alla ricerca. Le ultime settimane dell’anno sono percepite come un periodo “morto” dal punto di vista professionale, ma se si è decisi a trovare un nuovo impiego è utile dedicare almeno un paio di ore al giorno a quest’attività.

Il consiglio per rendere proficue le feste natalizie dal punto di vista professionale, senza rinunciare al meritato relax, arriva da Hays Response, la divisione di Hays, la società di ricerca e selezione del personale, dedicata ai profili junior. Che invita a mettere da parte il pregiudizio sull’inefficacia del job searching durante le vacanze.

Ridurre il livello di attenzione senza disconnettersi completamente

Durante la pausa natalizia è sicuramente necessario staccare dal lavoro e concedersi una pausa. Questo, però, non significa disconnettersi completamente. Infatti, arrivati a fine anno, è bene fare un bilancio della propria attività lavorativa, e chiedersi cos’è andato bene, cosa si potrebbe migliorare e, soprattutto, quali sono gli obiettivi futuri. Una volta chiarite le idee riguardo i progetti futuri ci si potrà orientare meglio tra gli annunci e le eventuali offerte di lavoro. Organizzando il proprio tempo, si può facilmente dedicare un paio d’ore alla ricerca, riporta Adnkronos. Magari al mattino, quando si è appena svegli. Poi si potrà spendere tutto il resto della giornata divertendosi e rilassandosi.

Il momento migliore per selezionare le offerte e inviare il cv

Proprio perché quasi tutti rimandano la ricerca di lavoro all’inizio del nuovo anno, questo è il momento giusto per selezionare le offerte e inviare il cv. Non è vero infatti che nessuno guarda i cv durante le vacanze. Molto spesso manager e responsabili della selezione approfittano del periodo tranquillo per dedicarsi ad attività che non riescono a svolgere quotidianamente e controllano con più attenzione le email. Se inviato al momento giusto, come ad esempio durante i primi giorni di vacanza, il proprio cv potrà attirare l’attenzione dei recruiter e avere più visibilità rispetto a qualsiasi altro periodo dell’anno.

Tenersi pronti per i colloqui a gennaio

Con il rientro dalle vacanze le aziende tornano a lavorare a pieno regime e hanno necessità di finalizzare le assunzioni per affrontare il nuovo anno con le risorse giuste. Se ci si è impegnati attivamente nella ricerca a dicembre l’inizio del nuovo anno potrebbe riservare ottime opportunità. È bene tenersi pronti, quindi, per affrontare eventuali colloqui già nei primi giorni di gennaio. Aggiornare il cv, curare il proprio profilo LinkedIn e allenare le proprie capacità di intervista sono gli step fondamentali per non farsi cogliere impreparati a

gennaio.