2018, l’identikit delle imprese a Milano, Monza Brianza e Lodi

Milano, Monza Brianza e Lodi confermano il loro dinamismo imprenditoriale, anche nel primo trimestre del 2018. Solo nel periodo gennaio-marzo di quest’anno l’imprenditoria locale  ha messo a segno una crescita complessiva di circa l’1%. L’identikit dell’imprenditoria dell’area, tra le più vivaci e sane di tutta Italia, è il risultato di una elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati del registro delle imprese e sul report Movimprese elaborato di recente con Infocamere. La ricerca evidenzia in particolare l’ottimo stato di salute delle imprese attive nei servizi finanziari, direzionali, informatici, che crescono decisamente di numero, così come va bene il turismo, tra alberghi e ristoranti. Crescono di anno in anno anche le imprese guidate da stranieri e da donne. Milano, ovviamente, si conferma la regina delle imprese in Regione, con oltre 300 mila attività.

I numeri del milanese

L’analisi ha preso in considerazione l’imprenditoria di Milano, Monza Brianza e Lodi, facendo letteralmente i “conti”. Sono 378 mila le imprese tra Milano (oltre 300 mila), Monza (64 mila), Lodi (14 mila). Il territorio nel suo insieme cresce del +0,9% in un anno. Le imprese straniere sono 56 mila (+3,9%), quelle femminili 67 mila (+1,3%), e infine quelle giovanili 29 mila (-2,2%), unico dato in calo.

I settori in maggior crescita

Il report evidenzia che i settori che registrano i maggiori tassi di crescita sono: servizi finanziari (4 mila, +9%), attività direzionali e manageriali (11 mila, +7,4%), software e informatica (7 mila imprese, + 5%), ristoranti (11 mila, +4,7%), servizi a uffici (8 mila, + 4%), attività di servizio per edifici e paesaggio (circa 9 mila, +3,8%), industria alimentare (2.224, +3%), alloggio (1.448, +2%), attività professionali (7.600, +2%), costruzioni (38 mila, +0,9%).

L’analisi territoriale zona per zona

Più nel dettaglio, a Milano si supera quota 300 mila imprese, con un aumento dell’1,1% sull’analogo periodo dell’anno precedente (erano 297 mila). Le imprese straniere sono 48 mila (+4%), le femminili 53 mila (+1,3%), le giovanili 22 mila (-2,1%). Il bacino Monza Brianza conta 64 mila imprese, un numero rimasto stabile in un anno. Le imprese straniere sono oltre 6 mila (+3,9%), le femminili 11 mila (+1,6%), le giovanili oltre 5mila (-1,9%).  Infine, Lodi può contare su 14.527 imprese, segnando una lieve flessione dello 0,7% in un anno. Le imprese straniere sono quasi 2 mila (+2,2%), le femminili quasi 3 mila (+0,3%), le giovanili 1.300 circa (-4,7%).


È in arrivo il Telepass Europeo per le auto

Telepass lancia il Telepass Europeo per le auto, che ora si aggiunge a quello dedicato ai mezzi pesanti, il Telepass Eu, già in vigore da oltre un anno in Francia, Spagna, Portogallo, Italia, Belgio, Polonia e Austria. Grazie all’accordo tra Telepass, il gruppo francese Aprr-Area e la spagnola Pagatelia, i clienti italiani quindi ora possono viaggiare sulla rete autostradale italiana, francese, spagnola e portoghese senza doversi fermare per il pedaggio. Ma non solo…

 

Oltre al pedaggio si potrà pagare anche il parcheggio

Il nuovo servizio della società del gruppo Atlantia consente infatti di pagare, oltre al pedaggio autostradale, anche i parcheggi nelle città dei Paesi coperti dal servizio. E alle principali città italiane come Milano, Roma, Torino, Firenze e Napoli, si aggiungono 400 parcheggi in città europee tra cui Parigi, Madrid e Barcellona, riporta Adnkronos.

Il Telepass Eu per le auto è un servizio pay per use, con un costo di attivazione di 6 euro, e un canone aggiuntivo di 2,40 euro solo nei mesi in cui viene varcata la frontiera. L’importo del pedaggio estero sarà fatturato e addebitato sul proprio conto corrente insieme al pedaggio italiano e con le stesse modalità.

Obiettivo: estendere il servizio anche ai Paesi con un’importante rete autostradale

“Finalmente, grazie agli accordi con i nostri partner in Francia e Spagna – commenta Giovanni Castellucci, amministratore delegato di Atlantia – possiamo estendere il servizio Telepass per le auto anche ai Paesi con una importante rete autostradale come appunto Francia e Spagna”. Proprio come già avviene per i mezzi pesanti, per i quali la società è in grado di offrire un servizio di pedaggio transfrontaliero in 7 Paesi europei

Dopo una prima fase di avvio l’attivazione sarà possibile anche attraverso il sito telepass.com

Per i clienti Telepass, per accedere al nuovo Telepass Europeo, è sufficiente richiedere l’attivazione sul proprio contratto Telepass Family presso i Punto Blu presenti sulla rete autostradale e ottenere il nuovo dispositivo. Per i nuovi clienti, invece, basterà sottoscrivere un contratto Telepass Family e contestualmente all’attivazione del nuovo servizio richiedere il dispositivo interoperabile. Dopo una prima fase di avvio, l’attivazione sarà possibile anche attraverso il sito telepass.com.

6,2 milioni di clienti Telepass in Italia e in Europa

Con 6,2 milioni di clienti in Italia e in Europa, di cui oltre 400.000 mezzi pesanti equipaggiati con dispositivi italiani, e 140.000 che dispongono del servizio di pagamento del pedaggio all’estero, Telepass è l’unica società in grado di offrire il servizio di telepedaggiamento completo in ogni processo, dallo sviluppo dell’apparato, al riconoscimento delle transazioni, alla gestione della fatturazione.


Cosa chiedono gli europei a Google? Dal costo di Netflix a quello di un cavallo

Google è diventato l’oracolo moderno, per tutti. Quando non sappiano qualcosa, quando cerchiamo una risposta veloce o semplicemente non ci ricordiamo un dettaglio, un titolo o un evento, ecco che iniziamo a digitare sulla tastiera. E Google non è mai avaro di risposte. D’altro canto, il motore di ricerca è anche un enorme “contenitore” di dati relativi a quelli che sono i nostri interessi, ciò che ci rappresenta, che ci incuriosisce di più ma anche in merito alle nostre abitudini culturali.

Una ricerca europea svela i segreti dietro le domande

Per rispondere almeno in parte a queste curiosità, la piattaforma di sconti online CupoNation ha fatto un viaggio culturale in diversi paesi europei, per la precisione otto, per scoprire cosa cercano gli utenti in riferimento ai prezzi di prodotti e servizi. Quello che emerge con forza è che ogni cultura ha interessi propri e utilizza le proprie disponibilità economiche diversamente l’una dall’altra.

Tutti pazzi per lo streaming

In base ai dati raccolti, Netflix batte Amazon Prime nelle ricerche europee. Sembrerebbe, infatti, che diversi paesi domandino al motore di ricerca il costo di Netflix, piattaforma americana che mette a disposizione contenuti streaming on demand anche in Europa. Dall’Italia alla Spagna, passando per la Germania, all’Olanda, gli utenti vogliono sapere quanto dovranno spendere per usufruire del servizio.

Italiani e costo della vita in Portogallo

Si sa, i risultati di ricerca in Italia colpiscono sempre. Sembrerebbe che gli italiani, come il resto d’Europa, siano interessati al costo di Netflix. Tra gli altri risultati spuntano il costo di un cavallo, ma soprattutto a trasferirsi in Portogallo. Curioso no? Chissà che il Portogallo non diventi la prossima meta per tanti del Bel Paese.

Intrattenimento in Germania

Altri paesi invece, come la Germania, sono più interessati ai prezzi di prodotti o servizi di intrattenimento. Nei primi tre risultati delle ricerche del paese emergono Netflix, iPhone X e la PS4.

Quanto costa mantenere un bebè: i quesiti in Belgio e Francia

In Belgio, invece, l’attenzione si sposta sulla persona: si domanda quanto costa partorire, mantenere un bambino ogni mese e un dipendente. Simile la Francia, in cui l’interesse si concentra sul matrimonio e poi… sul divorzio. Singolari anche le ricerche effettuate dai finlandesi: fanno domande sulla mobilità chiedendosi quanto costa prendere il taxi, assicurare una motoslitta o trasportare un piano.  Ancora più divertenti i risultati in Svezia. Nei primi tre risultati di ricerca, gli svedesi domandano a Google quanto costa un cane, un criceto e addirittura un cavallo.


Il vino? Allunga la vita (ma solo se bevuto con moderazione)

Per fortuna, esiste qualche piacere della vita che non solo non fa male, ma anzi porta addirittura grandi benefici alla salute. E’ il caso del vino che, se consumato con moderazione, potrebbe ridurre il rischio di malattie cardiovascolari e tumori, ma potrebbe anche essere un valido alleato a ‘ripulire la mente’, aiutando il cervello a eliminare le tossine, comprese quelle associate alla malattia di Alzheimer. Al massimo due bicchieri di vino al giorno, quindi, rappresenterebbero un toccasana utile e piacevole per conservare il proprio cervello scattante e vitale.

La ricerca che dà il via libera al brindisi

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports, infatti, aiuta a spiegare quanto precedenti ricerche hanno già dimostrato, ovvero che una moderata assunzione di alcol è associata a un minor rischio di declino cognitivo. L’eccesso di alcol, d’altro canto, è risaputo che possa portare esattamente all’estremo opposto, ovvero a un declino cognitivo più veloce. Lo studio porta la firma dei ricercatori dell’Università di Rochester Medical Center (URMC) che in passato avevano descritto il funzionamento del sistema glinfatico, ovvero il processo di pulizia del cervello, attraverso il quale il liquido cerebrospinale viene pompato nel tessuto cerebrale e permette di eliminare tossine, comprese le proteine beta amiloide e tau, associate con l’Alzheimer. Sempre lo stesso team aveva approfondito lo studio, rivelando che  il sistema glinfatico è più attivo mentre dormiamo, rischia di essere danneggiato da ictus e traumi e proprio come ogni altra parte del nostro corpo migliora con l’esercizio.

I risultati del test dedicato all’alcol

Nel corso del tempo la ricerca è proseguita e ha esaminato ulteriori fattori. I ricercatori hanno condotto un nuovo studio sui topi per esplorare i possibili effetti dell’alcol sull’organismo. Studiando il cervello di animali esposti ad alti livelli di alcol per un lungo periodo di tempo, i ricercatori hanno osservato che negli astrociti, cellule chiave nella regolazione del sistema linfatico, si raggiungevano alti livelli di un marcatore molecolare per l’infiammazione. Questo fattore era direttamente collegato a ridotte capacità cognitive e motorie. In topi esposti a bassi livelli di consumo di alcol, pari a circa 2 bicchieri al giorno, invece, il sistema glinfatico era più efficiente nel rimuovere i rifiuti-tossine rispetto agli animali non esposti. Inoltre i livelli di infiammazione cerebrale erano inferiori. Per chi apprezza un buon bicchiere ogni tanto, quindi, non può che essere una bella notizia. Così bella da meritarsi un brindisi.


Gaming disorder, l’Organizzazione Mondiale della Sanità lo riconosce come patologia

La notizia era nell’aria già da alcune settimane, ma adesso arriva l’ufficialità.L’OMS – l’Organizzazione Mondiale della Sanità – ha deciso formalmente di inserire la dipendenza da videogiochi nella prossima revisione della International Classification of Diseases, la ‘lista ufficiale’ delle malattie, prevista per metà anno. Lo ha annunciato la stessa Organizzazione in un post sul proprio sito.

Gaming disorder, di cosa si tratta?

“Il ‘gaming disorder'” si legge nella nota dell’Oms “racchiuderà una serie di comportamenti caratterizzati da una mancanza di controllo sul gioco, dalla precedenza data al gioco rispetto alle altre attività e interessi quotidiani, e all’escalation del problema nonostante il manifestarsi delle conseguenze negative”. “Per arrivare alla diagnosi il problema comportamentale deve comportare una significativa compromissione delle funzioni personali, familiari, sociali e occupazionali per almeno 12 mesi” spiega il sito.

Non necessariamente una patologia

“Gli operatori sanitari devono riconoscere che la dipendenza da giochi può avere conseguenze molto serie per la salute – ha dichiarato Vladimir Poznyak, del dipartimento per la salute mentale e l’abuso di sostanze dell’Organizzazione -. La maggior parte delle persone che gioca i videogame non ha questo problema, come la maggior parte di chi consuma alcol non lo fa in modo patologico. Tuttavia in alcune circostanze l’abuso può portare a effetti avversi”.

I segnali da non sottovalutare

Sempre l’OMS fornisce precise indicazioni per individuare il il gaming disorder, indicando anche delle caratteristiche chiave. Le principali sono:

– mancanza di controllo sul gioco;

– crescente priorità data al gioco su altre attività e interessi quotidiani;

– aumento del tempo dedicato al gioco nonostante si manifestino conseguenze negative.

Prima che venga emessa la diagnosi di malattia, la dipendenza da videogiochi deve manifestarsi in modo da impattare da almeno 12 mesi in modo negativo sulla vita familiare, personale, sociale, di studio o di lavoro.

In diversi paesi rappresenta già un’emergenza

L’inserimento della malattia segue lo sviluppo di programmi di trattamento in molte parti del mondo. “L’inserimento porterà ad una maggiore attenzione ai rischi di sviluppare il problema e allo sviluppo di misure rilevanti di prevenzione e terapia” spiega l’OMS. In diversi Paesi, infatti, la dipendenza da videogame viene già trattata con apposite terapie. L’inserimento della patologia fra quelle riconosciute dall’Organizzazione, permetterà diversi passi avanti nella ricerca e nella cura di simili problemi, ad esempio attraverso la raccolta dei dati, l’elaborazioni di statistiche e trend, l’individuazione di metodi uniformi per la diagnosi e la cura. E, soprattutto, potranno essere definite linee guida per affrontare in maniera coerente il disturbo in tutto il mondo.


Instagram, arrivano i nuovi hashtag. Ecco come cambia la ricerca

E’ il social che negli ultimi tempi ha messo a segno i maggiori tassi di crescita e di gradimento. Piace, e tanto, anche alle aziende, per le grandi possibilità di advertising e comunicazione che offre. Ovvio che, con un simile potenziale e un bacino di utenti che solo in Italia si aggira sugli otto milioni di persone al giorno, il social nato inizialmente per condividere foto (e successivamente video) sia ormai grande e pronto a sperimentare nuove formule.

Rivoluzione hashtag

La paternità dell’hashtag, il simbolino con il #, si deve a Twitter. Ma dai cinguettii il celebre cancelletto è poi è emigrato anche negli altri social network. Di fatto, serve per “etichettare” un determinato argomento, un tema, una conversazione. E ora su Instagram gli hasthag avranno una funzione tutta nuova, e sono collegati al tasto “Segui” normalmente utilizzato per le Stories e i profili.

Cosa cambia rispetto al passato?

Adesso con il tasto Segui diventa possibile seguire, appunto, gli hashtag di nostro interesse. Non sarà quindi più necessario seguire un determinato account, ma si potrà fare una ricerca per “etichette”, ovvero per argomenti, che verranno proposti all’utente in maniera chiara e organizzata. Gli utilizzatori sono così svincolati dal dover seguire un determinato account, e potranno informarsi o curiosare semplicemente ricercando i temi di loro interesse. Per Instagram, si tratta di una piccola rivoluzione: sarà infatti il contenuto, l’argomento, il vero protagonista dell’esperienza. Si potrà perciò diventare follower non solo di un profilo, ma anche di un’etichetta. Se si è appassionati di design, sarà sufficiente seguire l’hashtag #design, così come se si è patiti di pallacanestro #basket.

Le opportunità per le aziende smart

Con questa novità, le opportunità per i vari brand di promuoversi e di farsi conoscere cambiano prospettiva. E’ evidente che occorrerà una politica attenta e mirata per creare degli hashtag corretti e puntuali collegati ai vari post, così da farsi trovare e seguire. Ancora, Instagram ha annunciato che i contenuti verranno organizzati in maniera organica, sulla base delle tendenze e delle preferenze espresse, così da non “intasare” la home di immagini legate agli #.

In arrivo la condivisione su WhatsApp?

Sembrerebbe in arrivo anche la possibilità di condividere i post di Instagram anche su WhatsApp. A oggi, da Instagram si può già condividere i propri contenuti su Facebook e anche su Twitter. In effetti, il percorso sembrerebbe tutto sommato naturale, visto che sia Instagram sia WhatsApp fanno parte dello stesso gruppo (Facebook Inc.).


Gli italiani continuano a sognare il posto fisso

In un’epoca smart, dove smart e flessibili devono essere anche e soprattutto le persone, il posto fisso continua a rimanere un mito. Un po’ come Checco Zalone nel suo ultimo film, l’italiano medio sogna una scrivania o un cartellino che sia… per tutta la vita. Lo rivela il 14o Rapporto Censis – Ucsi sulla comunicazione intitolato ‘I media e il nuovo immaginario collettivo’.

Oltre al dato singolare sul posto fisso, l’analisi mette in luce diversi comportamenti dei nostri connazionali, specie sul web. Ecco alcuni degli aspetto più interessanti del rapporto.

Italiani iperconnessi e preoccupati per le fake news

In contemporanea con l’aumento del numero di italiani che naviga in internet (il 75% della popolazione, +1,5% rispetto al 2016), cresce anche il rischio di incappare e farsi abbindolare dalle fake news. La metà dei navigatori del Belpaese, il 52,7%, ha infatti dato credito, almeno qualche volta, alle notizie false in rete. Per 3/4 degli italiani (77,8%) le fake news sono un fenomeno pericoloso perché “inquinano il dibattito politico e fanno crescere il populismo”.

Miti contemporanei

Come racconta il rapporto del Censis, gli italiani oscillano tra tradizione e modernità. In cima alla lista dei miti della contemporaneità si conferma ancora il posto fisso. Seguono, fra gli altri, social network (28,3%), casa di proprietà (26,2%), gli smartphone (25,7%) e la cura del corpo (22,7%). Tra gli altri, più indietro, un buon titolo di studio (14,4%). Il mezzo che ancora più influenza l’immaginario è la televisione (28,5%), poi social network (27,1%), internet (26,6%), i giornali (8%), la radio (4,6%), i libri (3,2%) e ultimo il cinema (2,1%).

Le App cambiano comportamenti a abitudini della popolazione

Le innovazioni digitali hanno un forte riverbero sui comportamenti quotidiani e hanno in parte mutato le abitudini degli italiani. Ad esempio, il 39,7% degli utenti di internet controlla il proprio conto corrente grazie all’home banking (circa 15 milioni di persone) e il 37,7% fa shopping in rete. Ci sono però aspetti che continuano a rimanere ancorati al passato: ai nostri connazionali non piace prenotare le visite mediche in rete (lo fa solo l’8%), così come non decolla – almeno fino ad ora – il rapporto digitale fra cittadini e Pubblica amministrazione (fermo al 14,9%).

Smartphone, il compagno preferito dai più giovani

Il rapporto del Censis rivela che tra i giovani (14-29 anni) la quota di utenti della rete arriva al 90,5%, quasi la totalità della popolazione. Diversa la penetrazione del mezzo tra le persone più anziane (65-80 anni), dove si ferma al 38,3%. Altro dato interessante è che gli smartphone sono utilizzati dall’89,3% dei ragazzi mentre solo dal 27,6% dei senior.


Italiani, in cucina proprio no: aumentano del +2,2% i take away

Chi l’ha detto che gli italiani sono un popolo di cuochi appassionati? Pare proprio che il binomio classico italiano-cucina stia scricchiolando un po’. Alleno così dicono i dati di mercato: sono infatti aumentate del del 2,2% le imprese che producono piatti pronti, precotti e take away, portando a 37.040 le attività del settore in Italia attive nel 2017, contro le 36.253 del 2016. Questa tipologia di impresa pesa per il 38,1% sul totale di quelle del settore alimentare nazionale.

Lombardi poco ai fornelli

La crescita viene confermata dalla Lombardia, che concentra il 15,4% delle aziende di piatti pronti e take away a livello nazionale e aumenta del 2,2% in un anno raggiungendo nel 2017 le 5.702 imprese attive. Roma è prima con 2.949 attività (+3,7%), seguita da Milano con 1.807 (+3%) e Torino con 1.515 (+1,7%). Lo rivela un’indagine della Camera di Commercio di Milano, elaborata su dati del registro imprese riferite sia al primo trimestre 2017 sia allo stesso periodo del 2016.

Un settore che cresce in tutto il paese

In generale è tutto il sistema alimentare italiano, e quello lombardo non fa eccezione, a crescere: +1% in un anno, superando le 97 mila imprese in Italia e sfiorando le 12 mila in Regione. Roma e Napoli guidano la classifica italiana con quasi 5.100 imprese ciascuna (5,2% del totale italiano), seguite da Milano (3.493, 3,6%) e Torino (3.167, 3,3%). In Lombardia, dopo Milano, vengono Brescia (1.674 imprese) e Bergamo (1.369). Tra i settori più ampi, considerando i valori assoluti, spiccano i dati relativi alle imprese che producono pasti da asporto con 35.477 attività in Italia e 5.494 in Lombardia, i produttori di pane e prodotti di pasticceria (29.417 italiani e 3.325 lombardi) e i produttori di paste alimentari e cous cous (4.898 e 366).

Quante specialità

Ovviamente, anche in questo caso vale il detto regione che vai specialità che trovi. Tra le principali eccellenze delle regioni italiane, la Campania è prima nella lavorazione e conservazione di frutta e ortaggi (20% circa nazionale tra i vari settori) e nella produzione di cacao, cioccolato, caramelle e confetterie (21,3%). L’Emilia Romagna è in pole position per produzione di prodotti a base di carne (27,3%), la Sicilia nella lavorazione e conservazione di pesce, crostacei e molluschi (22%), la Puglia nella produzione di vini (17,2%). La Lombardia, infine, conquista il podio  nella produzione di margarina e di grassi commestibili simili (43%), bevande analcoliche e acque (15,6%) e produzione di piatti pronti (15% circa tra i vari settori).


Se è il brand heritage a ispirare il prodotto

Non tutti i marchi possono vantare una brand heritage (concetto traducibile come eredità del marchio), che si sedimenta su uno o più prodotti della gamma, dando loro prestigio e importanza. La brand heritage si coltiva attraverso una storia aziendale lunga e coerente, nella quale il consumatore intraveda i valori e le tradizioni della marca, che dunque viene percepita con un reputazione e una personalità ben definita. Il marchio Poltrona Frau, tra quelli del made in Italy, può contare su una brand heritage nutrita dalla longevità, dal rispetto dei valori fondanti e dai prestigiosi traguardi raggiunti.

Fondata nel 1912, l’azienda si focalizza soprattutto sul design degli arredi e in special modo delle poltrone, ma già negli Anni Trenta è chiamata a misurarsi con commesse davvero prestigiose e difficili da soddisfare tecnicamente. Nel 1930, ad esempio, l’azienda inizia ad allestire gli arredi per il transatlantico Rex, lavorando a fianco delle siciliane officine Ducrot. Oltre a solcare i mari con una delle navi più in vista della marineria italiana, Poltrona Frau ottiene una commessa che riempie ancora oggi di orgoglio, quella relativa all’arredamento del Parlamento Italiano. Seguono, negli anni, gli arredi per la sede della Banca d’Italia e per l’Auditorium Parco della Musica di Roma, progettato da Renzo Piano.

Anche il mondo dell’automobile è in vena di ricercatezza, tanto che gli interni Poltrona Frau diventano un tratto distintivo della Lancia Thema e di altri modelli dalla storica casa automobilistica di Chivasso. Ed è dal mondo dell’automobile che deriva l’ispirazione per uno dei prodotti più belli della gamma odierna, il divano Gran Torino. Il nome è un chiaro omaggio alla Ford che ha dato il titolo a uno dei più bei film di Clint Eastwood, modello che a sua volta voleva celebrare l’industria automobilistica torinese (che nel 1970 era al vertice).

Il divano Gran Torino sembra ispirarsi alla selleria Anni Settanta della vettura. Disegnato da Jean-Marie Massaud, mostra orgogliosamente il cuoio sagomato di cui è costituito. Elementi che saltano all’occhio sono i piedi in alluminio e soprattutto un ampio cassone – bracciolo che caratterizza il fianco sinistro. La struttura interna del divano Gran Torino è tubolare metallica, mentre i grandi cuscini sono rivestiti in piuma d’oca. Non è l’ultima novità di Poltrona Frau, perché datato 2013, eppure questo divano sembra concentrare in sé quei driver che hanno sempre contraddistinto il marchio, come l’eleganza, la qualità dei materiali, il prestigio e un tocco di creatività tipicamente made in Italy.


Influencer marketing, Salvatore Aranzulla si espande

Le aziende sono alla ricerca di un approccio sempre più friendly per raggiungere il proprio target di pubblico, e il ruolo degli influencer marketing assolve sempre meglio a questo compito. Essi sono in contatto quotidiano con migliaia di utenti che si fidano dei loro consigli, spesso di natura prettamente tecnica, che nella massima trasparenza possono diventare consigli per gli acquisti veri e propri. Nei followers, a seconda del settore in cui ci muoviamo, scatta un sano senso di emulazione, oppure la gratificazione di avere un rapporto diretto, tramite commenti, con un personaggio famoso. Gli influencer marketing si esprimono nel mondo della moda, del fitness, dei videogame, delle automobili, e imperversano nelle diverse piattaforme di comunicazione: siti, blog, social network, YouTube.

Ci sono settori in cui l’influencer marketing conquista i followers grazie a contenuti di estrema utilità, riuscendo a risolvere in poco tempo problemi tecnici fastidiosi. Naturale, allora che l’influencer marketing diventi un affidabile hub del web per gli utenti, i collaboratori che finirà col remunerare, e le aziende che decideranno di investire in pubblicità sul suo blog, creare affiliazioni e altre forme di collaborazione. È questo il caso di Salvatore Aranzulla, blogger siciliano che guida gli utenti alla risoluzione di problemi legati al mondo dell’informatica, con un linguaggio estremamente semplice e diretto e un accompagnamento step by step, o meglio clic by clic, all’obiettivo da raggiungere. Probabilmente erano gli stessi amici e conoscenti siciliani a chiedere continuamente consigli ad Aranzulla teenager, che avrà pensato bene di aprire un blog e mettere per iscritto istruzioni e consigli per i non avvezzi al mondo del computer. Tra i tecnici della materia ci sarà stato qualche detrattore di Aranzulla, perché per farsi intendere dalla più vasta platea di utenti, egli semplifica e rinuncia a spiegare i tecnicismi sottesi alla materia.

Tutto questo ha fruttato la creazione di Aranzulla Spa, azienda con diverse sedi e 12 milioni di visite mensile sul blog Aranzulla.it, che nel 2012 è risultato uno dei trenta siti più visitati in Italia. Di pochi giorni fa, invece, è l’accordo con UpStory per realizzare contenuti e storytelling aziendali basati sul tipico ruolo di esperto che Aranzulla si è ritagliato. Le aziende potranno così far conoscere i nuovi prodotti e servizi servendosi del tono di voce confidenziale e competente dell’influencer marketing. Facendo ipotesi fantasiose, si spiegherà agli utenti il nuovo sistema multimediale dell’ultima berlina arrivata sul mercato, la nuova app rilasciata da un’azienda di trasporti o il nuovo servizio web inaugurato da un corriere postale, con vantaggi a cascata per utenti, aziende e influencer marketing.