Turismo enogastronomico, 223 milioni spesi dagli stranieri

Gli stranieri amano visitare il Bel Paese concedendosi vacanze all’insegna del buon cibo e del buon bere. Tanto che nel 2017 hanno speso 223 milioni di euro per la nostra offerta enogastronomica, facendo segnare un incremento del 70% rispetto al 2013, quando la spesa ammontava a 131 milioni. Un turista straniero su 4 in Italia è infatti mosso da interessi enogastronomici, e se i turisti italiani interessati sono il 22,3%, gli stranieri il 29,9%.

È quanto conferma l’Osservatorio Nazionale del Turismo a cura dell’Ufficio Studi ENIT, l’Agenzia Nazionale del Turismo, che ha elaborato un report sul turismo enogastronomico basato su dati di Banca d’Italia e Unioncamere-Isnart.

Una spesa pro-capite di 149,9 euro al giorno

Due i fattori dell’offerta enogastronomica italiana che danno valore aggiunto al settore: il legame con i territori, che valorizza le produzioni locali nei piatti, e la capacità di estendere la stagionalità dei flussi turistici durante tutto l’arco dell’anno. In termini di spesa pro-capite, per l’enogastronomia nel 2017 gli stranieri hanno speso in media 149,9 euro al giorno. Inferiore il budget medio per le altre tipologie di vacanza: culturale 128,7 euro, sportiva 122,9 euro, in montagna 109,3 euro, verde/agriturismo 103,9 euro, al mare 90,2 euro, al lago 85,2 euro.

I mercati di origine: Usa al 1° posto

I pernottamenti generati nel 2017 dalle vacanze enogastronomiche sono stati 1,5 milioni, cresciuti del 50% nell’ultimo quinquennio, mentre i mercati di origine che generano i maggiori introiti per vacanza enogastronomica in Italia sono gli Stati Uniti (45,5 milioni di euro), l’Uk (25,4 milioni), e l’Austria (18,7). Seguono la Svizzera (17), la Francia (16,5), il Canada (11,6), il Brasile (11,5), la Germania (10), la Danimarca (8,1), e il Belgio (7,2).

In termini di quota percentuale, l’incidenza di ognuno dei primi dieci Paesi è per gli Usa il 20,4% (un quinto), per il Regno Unito l’11,4%, per l’Austria l’8,4%, per la Svizzera il 7,6%, la Francia il 7,4%, il Canada 5,2%, il Brasile 5,1%, la Germania 4,5%, la Danimarca 3,6%, e il Belgio 3,2%.

I prodotti DOP e IGP, e gli agriturismi

Non è un caso che l’Italia sia anche il Paese dell’Unione europea con più riconoscimenti di prodotti alimentari DOP (Denominazione d’Origine Protetta) e IGP (Indicazione Geografica Protetta). E con 293 riconoscimenti (+35% 2017 vs 2010) si posiziona prima della Francia (245) e della Spagna (190).

Ma dove scoprire l’eccellenza dei prodotti tipici? Soprattutto in agriturismo, un segmento dell’offerta enogastronomica in sensibile sviluppo. Le aziende che operano nel comparto sono oltre 23mila (2017), cresciute del 3,3% in un anno. In prevalenza le attività agrituristiche sono localizzate nei comuni classificati come aree interne (61,6% del totale delle aziende). E Grosseto, Castelrotto e Appiano sulla Strada del Vino (BZ) e Noto (SR) i comuni con la più alta concentrazione di queste attività.


La nuova cyber minaccia attacca le reti energetiche

Della serie non si può mai stare tranquilli. I sistemi informatici sarebbero infatti nuovamente in pericolo di potenti attacchi pirata. Questa volta, però, nel mirino degli hacker ci sarebbero le società energetiche europee. Si chiama infatti GreyEnergy il nuovo malware scoperto dagli esperti  dell’Eset. E’ “una nuova minaccia utilizzata negli ultimi tre anni in attacchi a società energetiche e ad altri obiettivi di alto valore in Ucraina e Polonia” dice il  team di ricerca del produttore di software per cybersicurezza dell’Unione europea. Non sarebbe la prima volta: nel dicembre 2015, ricorda una nota di AdnKronos, un simile attacco ha colpito l’Ucraina, lasciando 230mila persone lasciate senza elettricità e seminando il panico proprio nei giorni di Natale.

Grey Energy, cosa fa e come opera il nuovo malware

La nuova minaccia del crimine informatico, secondo i ricercatori, è in qualche modo collegato al gruppo BlackEnergy. “Probabilmente sta preparando futuri attacchi di cyber sabotaggio” spiegano gli scienziati di Eset che, dal quartiere generale di Bratislava, spiegano “che il nuovo malware è comparso insieme a TeleBots ma a differenza del suo cugino più noto, non opera solo in Ucraina e finora non è stato pericoloso. Grey Energy è strutturato in maniera modulare, quindi le sue funzionalità dipendono dalla particolare combinazione dei moduli caricati dall’operatore nei sistemi della vittima”. Secondo gli esperti, le funzionalità del malware sono state usate per scopi di spionaggio e ricognizione e comprendono backdoor, estrazione di file, acquisizione di schermate, keylogging, password, furto di credenziali, ma non solo. Ma c’è di più: gli analisti di Eset pensano che il software di GreyEnergy sia connesso a Black Energy, che ha lasciato al buio l’Ucraina tre anni fa.

Parentela anche con TeleBots?

Ma Grey Energy sarebbe anche legato a TeleBots, che ha diffuso il  malware NotPetya che cancella il disco e che ha interrotto lo scorso anno transazioni commerciali globali con danni per miliardi di dollari Usa. Grey Energy potrebbe avere come primo obiettivo da colpire le compagnie energetiche europee. Come spiega il ricercatore di Eset Robert Liovsky “potrebbe essere funzionale a nuove azioni potenzialmente molto pericolose”. L’esperto però ci tiene a precisare che il ruolo del team non è quello di “identificare le persone coinvolte e che codificano il malware” quanto quello di “prevenire gli attacchi”.


Agenda Onu sostenibilità: semaforo rosso per le città italiane

Le città italiane meritano solo 5 semafori verdi e 12 rossi. La strada per raggiungere l’Obiettivo dell’Agenda urbana per lo sviluppo sostenibile è ancora lunga. Se il giallo indica che la valutazione è incerta, e il rosso che la condizione è negativa o divergente rispetto all’obiettivo, il verde indica che l’obiettivo è stato centrato. Questo è il metodo impiegato nel Rapporto Asvis 2018 per valutare il posizionamento delle città rispetto ai principali obiettivi della declinazione urbana degli SDGs (gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda Onu 2030), contenuta nel documento ASviS-Urban@it, L’Agenda urbana per lo sviluppo sostenibile. Obiettivi e proposte.

I 5 semafori verdi…

Per la valutazione sono stati presi in esame 17 indicatori. Solo per cinque di essi l’andamento è positivo. Si tratta della povertà (Obiettivo 1), delle abitazioni (Target 11.1), dell’energia (Obiettivo 7), della raccolta differenziata dei rifiuti (Obiettivo 12) e della sicurezza (Obiettivo 16).

Nel caso della povertà (persone a rischio di povertà ed esclusione sociale), le città mostrano un andamento più favorevole rispetto a quello medio nazionale, decisamente negativo, in quanto tra il 2015 e il 2016 si è registrato un aumento del numero di persone in queste condizioni nelle aree meno densamente popolate, mentre per la qualità delle abitazioni, la raccolta differenziata dei rifiuti e la sicurezza l’andamento appare coerente con quello nazionale.

…e i 12 semafori rossi

Per 12 obiettivi l’andamento è negativo, riferisce Adnkronos. Ma se per l’abbandono scolastico (Target 4.1) e i laureati (Target 4.3) si è registrato un andamento positivo rispetto all’anno precedente tale tendenza non appare sufficiente per raggiungere gli obiettivi, che prevede per il Target 4.1 una soglia al di sotto del 10%, e il 40% di laureati (fascia d’età 30-34 anni). Per la parità di genere (Obiettivo 5), l’acqua, percentuale di dispersione nelle reti idriche (Obiettivo 6), occupazione (Obiettivo 8), uso di Internet (Target 9.c), mobilità (Target 11.2), consumo di suolo (Target 11.3 e 15.3), cultura (Target 11.4), qualità dell’aria (Target 11.6) e verde (Target 11.7) l’andamento è negativo, coerente con quello nazionale.

Nessuna città raggiunge più dell’80% della sostenibilità complessiva

Il report di ASviS cita anche l’Italian SDGs City Index (indice sintetico sulla sostenibilità dei Comuni capoluogo di Provincia). Basandosi sulla metodologia già utilizzata per l’elaborazione del Global Sdg Index e dello US City Index, l’indice italiano mostra che fissando al 100% il pieno raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda Onu, mediamente le città italiane hanno raggiunto un valore pari al 53%. In particolare, nessuna città ha raggiunto più dell’80% della sostenibilità complessiva. Ma nessuna si trova in una condizione di piena insostenibilità, cioè al di sotto del 20%.


Agenda 2030, l’Italia è in grave ritardo sullo sviluppo sostenibile

L’Italia rischia di perdere la sfida dello sviluppo sostenibile, ovvero quella declinata nei 17 obiettivi dell’Agenda 2030. Anche negli ambiti in cui si registrano miglioramenti sarà impossibile rispettare gli impegni presi dal nostro Paese il 25 settembre del 2015 all’Assemblea Generale dell’Onu. A meno che non intervenga immediatamente con azioni concrete e coordinate. Serve dunque un urgente cambio di passo. “Si sono già persi tre anni per dotarsi di una governance che orienti le politiche allo sviluppo sostenibile – sottolinea il portavoce dell’ASviS, Enrico Giovannini -. Il 2030 è dietro l’angolo e molti obiettivi vanno raggiunti entro il 2020 “.

Tra il 2010 e il 2016 l’Italia è peggiorata in cinque aree

Dal Rapporto dell’ASviS 2018 sullo stato di avanzamento dell’Italia e dei suoi territori verso i 17 Obiettivi emerge infatti che tra il 2010 e il 2016 il nostro paese è peggiorato in cinque aree: povertà (Goal 1), condizione economica e occupazionale (Goal 8), disuguaglianze (Goal 10), condizioni delle città (Goal 11), ed ecosistema terrestre (Goal 15). Per quattro obiettivi la situazione è rimasta invariata: acqua e strutture igienico-sanitarie (Goal 6), sistema energetico (Goal 7), condizione dei mari (Goal 14) e qualità della governance, pace, giustizia e istituzioni solide (Goal 16). Segni di miglioramento invece per alimentazione e agricoltura sostenibile (Goal 2), salute (Goal 3), educazione (Goal 4), uguaglianza di genere (Goal 5), innovazione (Goal 9), modelli sostenibili di produzione e di consumo (Goal 12), lotta al cambiamento climatico (Goal 13), cooperazione internazionale (Goal 17), riferisce Adnkronos.

Un messaggio di forte preoccupazione

“Il messaggio che emerge dal Rapporto 2018 – sottolinea il presidente dell’ASviS Pierluigi Stefanini – è di forte preoccupazione per i ritardi accumulati dalla politica”. Tuttavia, il Rapporto è anche portatore di speranza, perché dà conto delle iniziative di numerosi soggetti economici e sociali che “stanno cambiando i modelli di business, di produzione, di consumo, di comportamento, con evidenti benefici, anche economici”, aggiunge Stefanini.

Il Rapporto, infatti, segnala l’avvio di programmi educativi nelle scuole e nelle università sullo sviluppo sostenibile, di iniziative finalizzate a coinvolgere imprese, comunità locali e persone singole sulle diverse questioni dell’Agenda 2030.

Manca una visione coordinata per costruire un futuro equo e sostenibile

“Ciò che manca – aggiunge il portavoce dell’ASviS Enrico Giovannini – è una visione coordinata delle politiche per costruire un futuro dell’Italia equo e sostenibile”. In particolare, l’ASviS ribadisce l’urgenza di introdurre lo sviluppo sostenibile tra i principi fondamentali della Costituzione, attivare a Palazzo Chigi la Commissione nazionale per lo sviluppo sostenibile, e dotare la Legge di Bilancio di un rapporto sull’impatto atteso sui 12 indicatori di Benessere Equo e Sostenibile (BES) entrati nella programmazione finanziaria.

Ma anche predisporre linee guida per le PA affinché applichino standard ambientali e organizzativi che contribuiscano al raggiungimento degli SDGs.


Italiani sul podio per infrangere i divieti in hotel

Gli italiani sono tra quelli che infrangono più regole durante le ferie in albergo. Un italiano su tre infatti beve le bottigliette di alcolici del minibar e poi le riempie con acqua o succhi, fuma fuori dalla finestra della camera, ruba gli asciugamani, porta via il cibo della colazione e ospita un’altra persona nella stanza.

È quanto risulta da un sondaggio condotto da Hotelscan.com tra i turisti europei che sono stati in vacanza almeno una volta negli ultimi due anni. E a livello europeo gli italiani sono risultati il secondo popolo più portato a contravvenire le regole negli alberghi. Al primo posto sono risultati gli spagnoli (90%), seguiti dagli italiani (87%), i portoghesi (82%), gli inglesi (78%), e i francesi (67%).

La classifica delle regole meno rispettate

Come prima domanda è stato chiesto ai turisti europei se avessero mai fatto qualcosa di proibito in un hotel, e ben l’87% degli italiani ha risposto in modo affermativo.

Ma quali sono i divieti più violati? Il divieto preferito dagli italiani è rubare del cibo dalla prima colazione per mangiarlo più tardi (72%), seguito da fumare fuori dalla finestra delle camere per non fumatori (55%), e rubare asciugamani e accappatoi (44%).

La classifica dei divieti meno rispettati prosegue con l’abitudine di bere le bottigliette del frigobar per poi riempirle con acqua, tè o succhi di frutta (35%), lasciare gli asciugamani sui lettini della piscina tutto il giorno (21%), fare il bagno in piscina quando è chiusa (16%), e ospitare una persona in più in camera (11%).

Molti hotel chiudono un occhio

Fra tutti i “reati” quello che sembra meno grave, e su cui si può chiudere un occhio, è prendere qualcosa in più dal buffet della prima colazione, un po’ di frutta o uno spuntino da fare a metà mattina, per portarselo via. Anche se nella maggior parte degli alberghi sarebbe vietato. Meno comprensibile, invece, fumare alla finestra nelle aree in cui è rigorosamente proibito, e la maggior parte dei fumatori spesso lo fa comunque, correndo il rischio di essere “pizzicati” dai dispositivi che rilevano il fumo.

Una strategia pianificata

Se molti hotel mettono in conto che i loro accappatoi o asciugamani possano essere presi dagli ospiti, altri, soprattutto quelli di un certo livello, utilizzano microchip che suonano se vengono portati all’esterno della struttura, riporta Askanews. Altri ancora ne indicano il prezzo, qualora l’ospite intendesse acquistarli.

Ma una domanda sorge spontanea. Quando l’ospite di un hotel infrange un divieto si tratta di improvvisazione o  premeditazione? A sorpresa il 67% degli intervistati ha ammesso di aver pianificato molto prima la strategia, mentre il 33% sostiene di aver improvvisato. Il 77% ha anche affermato di aver preso spunto dal racconto di amici o familiari che l’avevano già fatto in precedenza.


Ricerca e sviluppo: poche risorse ottimi risultati

Dal 2000 al  2015 in Italia il rapporto tra spesa per R&S e Pil è passato dall’1,0% all’1,3. Sono in calo anche gli stanziamenti agli Enti pubblici di ricerca e i dottorati di ricerca, e il commercio high-tech fatica a svilupparsi. Di contro, l’aumento del contributo italiano alla letteratura scientifica e al deposito di brevetti, soprattutto in ingegneria meccanica, è incoraggiante.

Questi alcuni aspetti evidenziati dalla Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia, che fornisce a Governo, Parlamento e opinione pubblica analisi e dati di politica della scienza e della tecnologia.

Poche risorse alla comunità scientifica

“La comunità scientifica lamenta la scarsità di risorse a propria disposizione, mentre decisori politici e opinione pubblica sono sempre più esigenti e si domandano in che misura la scienza e la tecnologia contribuiscano allo sviluppo economico e sociale del Paese”, osservano Daniele Archibugi e Fabrizio Tuzi del Dipartimento scienze umane e sociali, patrimonio culturale (Dsu) del Cnr.

La spesa per R&S finanziata dal Governo in percentuale al Pil negli anni è rimasta stazionaria (circa 0,5%), e gli stanziamenti del Miur agli Enti pubblici di ricerca sono calati dai 1.857 milioni del 2002 ai 1.483 milioni del 2015. Il Cnr, in particolare, ha subito una riduzione da 682 milioni a 533 milioni, riporta Askanews.

Il contributo italiano alla letteratura scientifica internazionale

Ciononostante il sistema italiano della ricerca mostra segni di vitalità. Dal 2000 al 2016 l’Italia è passata dal 3,2% al 4% della quota mondiale per quanto riguarda la letteratura scientifica internazionale. Un risultato ancora più apprezzabile considerato che i Paesi occidentali hanno visto la propria quota ridursi, in conseguenza dell’imporsi nel panorama scientifico di Paesi emergenti come la Cina.

“La posizione dell’Italia è migliorata in Biologia (dove dal 3,7% del totale mondiale del 2000 sale al 4,5% del 2016), nella Psicologia (dall’1,7% al 2,9%) e nelle Scienze della terra (dal 3,6% al 4,9%). Anche la qualità di queste pubblicazioni, misurata tramite le citazioni medie per articolo scientifico, è in aumento dal 2000 in poi. L’Italia è pari alla Germania e alla Francia e molto vicina al Regno Unito”, sottolineano Archibugi e Tuz.

Meno dottori di ricerca più brevetti meccanici

Destano preoccupazione i segnali sulla moderata crescita del personale di ricerca e la caduta dei dottori di ricerca dagli oltre 10 mila del 2007 a meno di 8 mila nel 2016. Qualche dato positivo si registra sui brevetti: in aumento quelli depositati da imprese e autori italiani. Tra i settori di punta l’ingegneria meccanica, che concentra il 42% delle domande presentate presso l’Ufficio europeo.

Nei design industriali registrati presso l’Unione Europea (progettazione o modelli ornamentali), siamo secondi solo alla Germania. È confermata poi la specializzazione produttiva italiana in settori ad alto contenuto di conoscenza e collegati ai settori tipici del Made in Italy. Che non ricavano però il proprio punto di forza dalla ricerca scientifica e tecnologica.


Il Nord traina il Pil italiano 2017: +1,8%.

Il Nord Italia traina il Pil del Paese. Nel 2017, secondo le stime preliminari appena diffuse dall’Istat, l’analisi territoriale del Pil mostra una crescita superiore alla media nazionale nel Nord-ovest e nel Nord-est, entrambi in crescita dell’1,8%. Una dinamica lievemente inferiore si registra nel Mezzogiorno, che in media segna una crescita dell’1,4%. Un incremento assai più modesto proviene invece dal Centro Italia, che non raggiunge il punto percentuale e si attesta su un valore positivo dello 0,9%.

Bene quasi ovunque i settori industria e servizi, mentre l’agricoltura è in forte decrescita in tutte le aree geografiche, ma soprattutto al Centro (-8,4%), e nel Nord-est (-6%).

Nel Nord-est commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni +4,7%

In dettaglio, nel Nord-est i risultati migliori riguardano il settore che comprende commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni (+4,7%). In crescita anche il valore aggiunto dell’industria (+2,3%), dei servizi finanziari, immobiliari e professionali (+1%) e delle costruzioni (+0,4%). In forte calo, invece, il valore aggiunto dell’agricoltura, che al Centro segna un -6%. In misura assai più contenuta, in calo anche il settore degli altri servizi (-0,6%).

Nord-ovest, bene tutti i settori tranne l’agricoltura

Quanto al Nord-ovest le maggiori spinte alla crescita si registrano per i servizi finanziari, immobiliari e professionali (+2,6%). Appena al di sotto, commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni, che crescono del 2,1%. Un andamento positivo si registra però anche per gli altri servizi (+1,5%), e l’industria (+1,2%).

Anche in questa area geografica, sottolinea l’Istat, il valore aggiunto dell’agricoltura subisce una contrazione (-3,8%), mentre il settore delle costruzioni registra una variazione quasi nulla rispetto all’anno precedente.

Al Centro e al Sud segno + per l’industria. Ma il Mezzogiorno cresce di più

Al Centro l’andamento più dinamico si è registrato nell’industria (+1,7%), nei servizi finanziari, immobiliari e professionali (+1,3%) e negli altri servizi (+1%). Una modesta crescita si registra anche nei settori commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni (+0,2%). In calo le costruzioni (-0,6%), e soprattutto l’agricoltura (-8,4%), riferisce Adnkronos.

Quanto al Mezzogiorno l’aumento del valore aggiunto è più marcato nel settore dell’industria, che aumenta del 4,4%. Bene anche il settore che raggruppa commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni (+3,4%), e quello delle costruzioni (+3,2%). Segnano un incremento modesto i servizi finanziari, immobiliari e professionali (+0,5%). Anche al Sud, inoltre, si registrano cali per l’agricoltura (-2%), ma più modesti rispetto alle altre aree geografiche. In calo al Sud anche gli altri servizi: -1%.


Green economy, la nuova frontiera dell’occupazione

Si sente ogni giorno di più parlare di green economy e di politiche sostenibili. Ma non sono solo parole e azioni in gran parte astratte. Si tratta, oggi, di una vera e propria occasione di carriera. Lavorano già in questo settore quasi 3 milioni di addetti, il 13,1% dell’occupazione complessiva, secondo dati recenti della Fondazione Symbola e di Unioncamere, GreenItaly 2017.

La figura del CSR manager

Soprattuto, emerge una figura professionale nuova e interessante. Si tratta del CSR manager, responsabile nelle imprese delle scelte e delle politiche di sostenibilità. Si tratta di un ruolo ancora poco diffuso e soprattuto poco conosciuto dai giovani universitari che pure sono particolarmente interessati ai temi della responsabilità sociale di impresa. Proprio per condividere informazioni sui percorsi formativi, prospettive e ambiti lavorativi della CSR, oltre oltre 200 giovani laureandi e neolaureati provenienti da tutta Italia hanno dato vita al CSRnatives, un network, creato da Koinètica e Andrea Di Turi nel 2015

I commenti di chi già opera nella green economy

“Entrato nella rete dei CSRnatives ormai più di tre anni fa, posso dire di essere un vecchio nativo – ha dichiarato ad Askanews Giovanni Martoccia, appartenente alla rete dei CSRnatives e oggi Sustainability Program Developer – L’entusiasmo contagioso di questo gruppo di giovani e meno giovani ha confermato che non ero il solo a credere in un mondo più sostenibile. Attualmente lavoro in SGS come Sustainability Program Developer. Grazie alla rete ho potuto approfondire tematiche di mio interesse e avere un continuo scambio con giovani e imprese che integrano la sostenibilità nella propria strategia. Siamo in ritardo sul futuro, diamoci una mossa!”.

Le capacità del CSR manager

Tra le tante capacità che un manager della  Corporate Social Responsibility deve possedere, ce ne sono cinque fondamentali. Si tratta di ascolto, dedizione, dialettica, disponibilità, engagement. Ecco in dettaglio, la specifica di ogni voce così come illustrato dalla nota: “Ascolto: indispensabile per raccogliere le informazioni dai responsabili dei vari settori aziendali e sintetizzarle in modo efficace nel Bilancio sociale dell’impresa. Ma anche per dare voce alle istanze delle diverse categorie di stakeholder nel piano di sviluppo strategico dell’azienda. Dedizione: fondamentale perché porta il CSR manager a rimboccarsi le maniche, a dotarsi degli strumenti giusti e non arrendersi finché raggiunge il risultato desiderato. Dialettica: convincere e coinvolgere i propri interlocutori con capacità di dialogo e di confronto è necessario per trasformare le idee in progetti concreti. Disponibilità: ovvero empatia verso l’interlocutore, una caratteristica imprescindibile per chi, come il CSR manager, deve interagire con soggetti diversi, i tanti stakeholder dell’organizzazione. Engagement: il CSR manager deve essere capace di coinvolgere sia il pubblico interno sia quello esterno all’impresa. L’engagement si traduce in impegno, affidabilità, fiducia, stimola l’innovazione, dà origine a conoscenze comuni, crea nuove opportunità”.

Dalla Mappa della sostenibilità a un appuntamento concreto

I CSRnatives hanno anche realizzato, sulla base di precise analisi in tutta Italia, la Mappa della sostenibilità in Italia: oggi include 500 imprese.  La Mappa della sostenibilità sarà man mano incrementata e sarà presentata il 2 ottobre 2018 a Milano, nella prima giornata de Il Salone della CSR e dell’innovazione sociale che si terrà all’Università Bocconi.


2018, l’identikit delle imprese a Milano, Monza Brianza e Lodi

Milano, Monza Brianza e Lodi confermano il loro dinamismo imprenditoriale, anche nel primo trimestre del 2018. Solo nel periodo gennaio-marzo di quest’anno l’imprenditoria locale  ha messo a segno una crescita complessiva di circa l’1%. L’identikit dell’imprenditoria dell’area, tra le più vivaci e sane di tutta Italia, è il risultato di una elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati del registro delle imprese e sul report Movimprese elaborato di recente con Infocamere. La ricerca evidenzia in particolare l’ottimo stato di salute delle imprese attive nei servizi finanziari, direzionali, informatici, che crescono decisamente di numero, così come va bene il turismo, tra alberghi e ristoranti. Crescono di anno in anno anche le imprese guidate da stranieri e da donne. Milano, ovviamente, si conferma la regina delle imprese in Regione, con oltre 300 mila attività.

I numeri del milanese

L’analisi ha preso in considerazione l’imprenditoria di Milano, Monza Brianza e Lodi, facendo letteralmente i “conti”. Sono 378 mila le imprese tra Milano (oltre 300 mila), Monza (64 mila), Lodi (14 mila). Il territorio nel suo insieme cresce del +0,9% in un anno. Le imprese straniere sono 56 mila (+3,9%), quelle femminili 67 mila (+1,3%), e infine quelle giovanili 29 mila (-2,2%), unico dato in calo.

I settori in maggior crescita

Il report evidenzia che i settori che registrano i maggiori tassi di crescita sono: servizi finanziari (4 mila, +9%), attività direzionali e manageriali (11 mila, +7,4%), software e informatica (7 mila imprese, + 5%), ristoranti (11 mila, +4,7%), servizi a uffici (8 mila, + 4%), attività di servizio per edifici e paesaggio (circa 9 mila, +3,8%), industria alimentare (2.224, +3%), alloggio (1.448, +2%), attività professionali (7.600, +2%), costruzioni (38 mila, +0,9%).

L’analisi territoriale zona per zona

Più nel dettaglio, a Milano si supera quota 300 mila imprese, con un aumento dell’1,1% sull’analogo periodo dell’anno precedente (erano 297 mila). Le imprese straniere sono 48 mila (+4%), le femminili 53 mila (+1,3%), le giovanili 22 mila (-2,1%). Il bacino Monza Brianza conta 64 mila imprese, un numero rimasto stabile in un anno. Le imprese straniere sono oltre 6 mila (+3,9%), le femminili 11 mila (+1,6%), le giovanili oltre 5mila (-1,9%).  Infine, Lodi può contare su 14.527 imprese, segnando una lieve flessione dello 0,7% in un anno. Le imprese straniere sono quasi 2 mila (+2,2%), le femminili quasi 3 mila (+0,3%), le giovanili 1.300 circa (-4,7%).


È in arrivo il Telepass Europeo per le auto

Telepass lancia il Telepass Europeo per le auto, che ora si aggiunge a quello dedicato ai mezzi pesanti, il Telepass Eu, già in vigore da oltre un anno in Francia, Spagna, Portogallo, Italia, Belgio, Polonia e Austria. Grazie all’accordo tra Telepass, il gruppo francese Aprr-Area e la spagnola Pagatelia, i clienti italiani quindi ora possono viaggiare sulla rete autostradale italiana, francese, spagnola e portoghese senza doversi fermare per il pedaggio. Ma non solo…

 

Oltre al pedaggio si potrà pagare anche il parcheggio

Il nuovo servizio della società del gruppo Atlantia consente infatti di pagare, oltre al pedaggio autostradale, anche i parcheggi nelle città dei Paesi coperti dal servizio. E alle principali città italiane come Milano, Roma, Torino, Firenze e Napoli, si aggiungono 400 parcheggi in città europee tra cui Parigi, Madrid e Barcellona, riporta Adnkronos.

Il Telepass Eu per le auto è un servizio pay per use, con un costo di attivazione di 6 euro, e un canone aggiuntivo di 2,40 euro solo nei mesi in cui viene varcata la frontiera. L’importo del pedaggio estero sarà fatturato e addebitato sul proprio conto corrente insieme al pedaggio italiano e con le stesse modalità.

Obiettivo: estendere il servizio anche ai Paesi con un’importante rete autostradale

“Finalmente, grazie agli accordi con i nostri partner in Francia e Spagna – commenta Giovanni Castellucci, amministratore delegato di Atlantia – possiamo estendere il servizio Telepass per le auto anche ai Paesi con una importante rete autostradale come appunto Francia e Spagna”. Proprio come già avviene per i mezzi pesanti, per i quali la società è in grado di offrire un servizio di pedaggio transfrontaliero in 7 Paesi europei

Dopo una prima fase di avvio l’attivazione sarà possibile anche attraverso il sito telepass.com

Per i clienti Telepass, per accedere al nuovo Telepass Europeo, è sufficiente richiedere l’attivazione sul proprio contratto Telepass Family presso i Punto Blu presenti sulla rete autostradale e ottenere il nuovo dispositivo. Per i nuovi clienti, invece, basterà sottoscrivere un contratto Telepass Family e contestualmente all’attivazione del nuovo servizio richiedere il dispositivo interoperabile. Dopo una prima fase di avvio, l’attivazione sarà possibile anche attraverso il sito telepass.com.

6,2 milioni di clienti Telepass in Italia e in Europa

Con 6,2 milioni di clienti in Italia e in Europa, di cui oltre 400.000 mezzi pesanti equipaggiati con dispositivi italiani, e 140.000 che dispongono del servizio di pagamento del pedaggio all’estero, Telepass è l’unica società in grado di offrire il servizio di telepedaggiamento completo in ogni processo, dallo sviluppo dell’apparato, al riconoscimento delle transazioni, alla gestione della fatturazione.