Il lavoro agile attrae i talenti. A che punto è l’Italia?

Il tema centrale nelle strategie aziendali, in Italia come in Europa, è l’adattamento agli stili di lavoro del futuro dettati dalla trasformazione digitale. Tanto che a oggi la metà delle aziende italiane ha introdotto lo smart working, e il 55,5% lascia decidere al dipendente quando iniziare e finire la giornata lavorativa, o sta pianificando di farlo. Il 44,4% invece predispone, o sta predisponendo, la possibilità di affidare al dipendente la scelta di dove lavorare.

Questo perché “Le persone sono il cuore pulsante dell’attuale trasformazione digitale – sostiene il vicepresidente Commercial Sales di Dell Technologies, Filippo Ligresti – e le aziende sono chiamate a trasformare il proprio workplace per attrarre, trattenere e permettere ai migliori talenti di esprimersi al meglio”.

Italia dietro la Francia, ma davanti alla Germania

La fotografia sul futuro del lavoro è stata scattata da Dell Technologies e VMware con una ricerca commissionata a Idc. Secondo Marco Fanizzi, vicepresidente Enterprise Sales di Dell Technologies, oggi “più del 45% delle imprese ha in programma un incremento degli investimenti relativi alla trasformazione del posto di lavoro nei prossimi 12 mesi”.

In particolare, per quanto riguarda lo smart working, l’Italia è dietro la Francia, dove il 56,36% imprese già lo adotta, e la Repubblica Ceca, con il 50,91%, ma davanti alla Germania (45,28%) e Spagna (42,86%).

Migliorare l’equilibrio tra vita lavorativa e privata dei dipendenti

In questo scenario il 46% delle imprese italiane ha adottato nuove policy di sicurezza, una percentuale leggermente al di sotto delle media europea (48%). Mentre, sul fronte degli obiettivi, secondo i risultai dello studio  l’Italia risulta ancora distante dagli altri Paesi Ue, riporta una notizia Ansa.

Solo per il 37% delle imprese italiane, poi, contro il 40% europeo, il miglioramento dell’equilibrio tra vita lavorativa e privata dei propri dipendenti è tra i principali obiettivi dei programmi di smart working. Un valore ben distante dai livelli di Spagna (53,57%), Germania (49,06%), e Inghilterra (47,46%).

Sicurezza, privacy e governance aziendale i timori che rallentano lo smart working in Italia

Molto più sentito, per le imprese nostrane, è invece l’elemento dell’efficientamento dei costi, che risulta prioritario per il 48% degli intervistati contro il 40% della media europea, si legge ancora nello studio.

Tra le barriere che rallentano l’adozione di progetti legati allo smart working in Italia lo studio rileva invece soprattutto i timori legati ad aspetti quali sicurezza, privacy e governance aziendale.


Il bianco più bianco si può: lo ha “inventato” un insetto

Cinque anni fa un piccolo coleottero asiatico del genere Cyphochilus stupì il mondo dei ricercatori per il suo eccezionale candore. Una ricerca internazionale pubblicata su Scientific Reports, e guidata dai ricercatori del Laboratorio Europeo di Spettroscopia Non lineare (Lens) dell’Università di Firenze, rivelò che il segreto del coleottero è da ricercare nella particolare struttura che riveste l’insetto. E ora un team composto da ricercatori dell’Ateneo di Firenze, dell’Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica (Inrim) e dell’Accademia delle Scienze di Pechino è riuscito a realizzare “un bianco” addirittura superiore all’esempio naturale.

Microscopiche scaglie dallo spessore estremamente ridotto

Il corpo dell’insetto Cyphochilus è ricoperto da un polimero chiamato chitina, composto da  microscopiche scaglie di un bianco particolarmente intenso e dallo spessore estremamente ridotto. Rispetto a un foglio di carta, le scaglie sono organizzate internamente con una fitta rete di filamenti sottilissimi, centinaia di volte più sottili di un capello, che riescono a diffondere la luce in modo molto efficiente.

Dal 2014 a oggi ricercatori di tutto il mondo hanno provato a ricreare il bianco del coleottero imitandone la struttura, ma finora sono stati ottenuti materiali solo mediante tecniche estremamente complesse, che oltre a rendere più difficile la fabbricazione su larga scala sono assai diverse dai meccanismi che guidano la crescita della struttura dell’insetto.

Un processo che combina acqua e polistirolo

Ma i ricercatori dell’Ateneo di Firenze, dell’Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica (Inrim) e dell’Accademia delle Scienze di Pechino sono riusciti a ottenere un materiale ancora più bianco di quello dell’insetto. E tramite una procedura piuttosto semplice. Per il nuovo materiale è stato scelto un polimero, il polistirene (di fatto il polistirolo), sottoposto a un processo che separa spontaneamente una miscela di polistirene dissolto e acqua.

“Uno dei risultati della ricerca – spiegano i componenti Unifi del team, Lorenzo Pattelli e Diederik Wiersma – è stato quello di riuscire a regolare le dosi dei due materiali e la velocità di evaporazione dell’acqua per far sì che il processo di separazione di fase si arresti a uno stato intermedio”.

Una molteplicità di utilizzi, dalle vernici più ecologiche a schermi ultrasottili e flessibili

Il risultato è un’architettura di polistirene composta da una rete di microscopici filamenti e tunnel collegati fra loro detta bicontinua. Una struttura particolarmente interessante perché a oggi a livello industriale il colore bianco viene ottenuto con l’aggiunta di nanoparticelle, che se inalate sono potenzialmente dannose per la salute. “Mentre nel nostro caso abbiamo una struttura unitaria non composta da parti separabili”, commentano Pattelli e Wiersma. Caratteristiche, riferisce Adnkronos, che fanno ipotizzare per il nuovo materiale una molteplicità di utilizzi, dalla produzione di vernici più ecologiche a tessuti termoregolanti, pannelli solari più efficienti e schermi ultrasottili e flessibili. Inoltre, se immerso in acqua il materiale diventa temporaneamente trasparente, suggerendo altre possibili applicazioni per sensori di umidità. O per monitorare otticamente l’espirazione.


In Europa +70% di senzatetto, e oltre 7 milioni in arretrato con i pagamenti dei mutui

Ogni notte in Europa circa 700 mila persone dormono in strada, e dal 2009 i senzatetto sono aumentati del 70%. Ma i servizi di ospitalità presenti nei diversi paesi europei non riescono a garantire un rifugio per la notte a tutti, né ad assistere le persone senza fissa dimora in modo sicuro e adeguato. E anche tra coloro che hanno una casa le condizioni di vita non sono sempre ottimali: più di 17 milioni di famiglie nell’Ue non possono permettersi di riscaldare adeguatamente le loro abitazioni, e oltre 7 milioni sono in arretrato con il pagamento delle rate del mutuo o dell’affitto. Inoltre, più di un europeo povero su quattro vive in alloggi condivisi con un numero elevato di persone.

Perdita della casa e vagabondaggio, conseguenze estreme della crisi economica

Nel 2017 il 3% della popolazione europea totale e l’8% delle famiglie povere risultavano in arretrato con i pagamenti dell’affitto e del mutuo. I costi per i consumi energetici, le condizioni precarie degli edifici non ristrutturati condizionano la vita di un gran numero di europei che non possono permettersi i costi per abitazioni migliori. L’8% di tutte le famiglie europee ha avuto difficoltà a mantenere la casa sufficientemente calda, percentuali che sale a 18% tra famiglie povere. La perdita della casa, riporta Agi, e l’eventuale stato di vagabondaggio in cui cadono le persone in difficoltà, sono spesso le conseguenze estreme della povertà determinata da periodi di crisi economica.

Le politiche europee contro la povertà e l’esclusione sociale sono inefficaci

La strategia Europa 2020 aveva l’obiettivo di far uscire 20 milioni di europei dalla povertà entro il prossimo anno, ma appare ormai un traguardo difficile da raggiungere. La Federazione Europea delle organizzazioni che lavorano con persone senza dimora (Feantsa) e la Fondazione Abbé Pierre mettono in discussione l’efficacia delle politiche europee contro la povertà e l’esclusione sociale. Secondo le organizzazioni l’utilizzo diffuso e istituzionalizzato di alloggi di emergenza come principale sistema di risposta non è sufficiente a risolvere il problema. L’unica soluzione efficace è attuare strategie mirate alla prevenzione e al recupero delle persone che vivono in condizioni di esclusione abitativa.

In Italia almeno 28.697 senzatetto

Secondo il rapporto 2018 della Caritas le persone senza dimora che nel corso dell’anno si sono rivolte ai 1982 centri di ascolto delle diocesi di tutta Italia sono state 28.697, circa il 21% del totale degli utenti Caritas. Secondo il profilo delineato dal rapporto si tratta di persone che si trovano in situazioni di povertà estrema, il 33% delle quali si rivolge ai centri Caritas da più di tre anni. La Lombardia è la regione con il più alto numero di presenze, e con percentuali in crescita rispetto all’anno scorso (dal 30,4% al 32,9%), seguita dall’Emilia-Romagna (19%) e dal Lazio (11,8%). La concentrazione maggiore di richieste si trova comunque nelle città del Nord (64%), con percentuali molto più alte rispetto a quelle del Centro (24%) e del Mezzogiorno (12,5%).


Il 37% degli italiani non può più vivere senza Internet

Alla vigilia del trentesimo compleanno di Internet una ricerca di Cisco tira le somme sull’importanza e il ruolo che la Rete ha assunto in questi anni a livello sociale e personale. E se per il 41,90% degli italiani connettere le persone è uno degli aspetti più positivi di Internet il 37% non saprebbe più vivere senza. Secondo il 79% dei nostri connazionali, inoltre, Internet ha reso possibile informarsi meglio e rimanere aggiornati, e ha creato nuove opportunità di intrattenimento (71%). Il 59% pensa poi che nel futuro la Rete offrirà molte altre opportunità, e vorrebbe che nei prossimi 30 anni permettesse un migliore accesso all’educazione. Mentre il 44% spera che diventi un mezzo per creare maggiore uguaglianza sociale.

L’impatto della Rete sul lavoro

La ricerca ha coinvolto 11000 persone della regione Emea, di cui poco più di mille in Italia. Per quanto riguarda l’impatto sul lavoro, oltre la metà degli italiani (51,9), crede che la Rete abbia anche aumentato la produttività, e abbia permesso di lavorare in modo diverso (50,5%), mentre un terzo degli intervistati vede in Internet uno strumento che ha consentito di acquisire nuove competenze (33%). Il 43% dei cittadini italiani riconosce poi che l’aspetto più rilevante sia l’aver creato nuovi modi di lavorare, mentre per il 41% Internet ha il grande merito di aver connesso di più le persone, e aver dato a tutti una voce per esprimersi (27%).

Nei prossimi 30 anni il web avrà un ruolo sociale

Nei prossimi 30 anni il Web sarà soprattutto un mezzo di cambiamento sociale e personale. Almeno, per il 59% dei cittadini, che lo ritengono uno strumento per migliorare l’accesso all’educazione, per migliorare l’accesso a servizi sanitari (58%) e per creare uguaglianza nella società (44%). Il 50% pensa che Internet potrebbe anche facilitare la creazione di nuove opportunità di reddito, e oltre un terzo degli italiani pensa che i benefici portati da Internet superino i rischi riferisce Askanews su fonte Cyber Affairs.

Continuare a diffondere la cultura digitale

Gli italiani riconoscono quindi l’impatto della Rete sull’economia, in particolare sul mondo del lavoro, e pongono grandi speranze per il futuro, soprattutto in termini di educazione e servizi per i cittadini.

“Possiamo dire di aver fatto la nostra parte nel fare di Internet quello che è oggi – commenta l’Ad di Cisco Italia Agostino Santoni – sia da un punto di vista tecnologico, dato che l’80% del traffico internet mondiale passa attraverso uno dei nostri dispositivi di rete, sia dal punto di vista della formazione e dell’investimento per diffondere la cultura digitale anche nel nostro Paese”.


Il “cartello” dei prezzi online lo fanno gli algoritmi

Già nel 2015 più di un terzo dei venditori su Amazon utilizzava algoritmi per determinare i prezzi dei prodotti venduti online. Ora la percentuale è sicuramente aumentata per il minor costo di questi sistemi, ma il rischio è che possano imparare a “fare cartello”, gonfiando il costo finale dei prodotti per massimizzare i profitti. Il tutto ovviamente a svantaggio dei consumatori. Lo ha scoperto un esperimento condotto dai ricercatori dell’università di Bologna, che hanno dimostrato come questo avvenga nonostante i sistemi di Intelligenza Artificiale non siano stati programmati per farlo.

L’AI impara dall’esperienza in maniera autonoma

Gli algoritmi di dynamic pricing, quelli utilizzati per calcolare i prezzi dei prodotti sono molto comuni in tutte le piattaforme di e-commerce. Si tratta di sistemi estremamente autonomi, e poiché il programmatore li istruisce solo relativamente all’obiettivo finale, ovvero massimizzare i profitti, sul metodo sono lasciati liberi di imparare “dall’esperienza”.

Inizialmente questi programmi di tariffazione erano stati realizzati per monitorare alcuni parametri, quali il traffico sulla piattaforma e le preferenze di acquisto degli utenti, allo scopo di calibrare i prezzi. Ad esempio, alzando o abbassando i prezzi a seconda di un maggiore o minore traffico sul sito. Successivamente questi sistemi si sono evoluti, e da semplici programmi basati su regole sono divenuti sistemi di AI in grado di apprendere in maniera autonoma.

Un esperimento su due algoritmi in competizione

“La preoccupazione – scrivono i ricercatori dell’Università di Bologna sulla rivista del Centre for Economic Policy Research – è che questi algoritmi possano scoprire da soli che se devono fare il profitto più alto potrebbero evitare una guerra dei prezzi” alleandosi fra loro. Per verificare questa possibilità i ricercatori hanno fatto interagire due algoritmi in un ambiente controllato, spingendone uno ad abbassare improvvisamente il prezzo di un ipotetico bene e verificando il comportamento successivo dell’altro.

Strategie collusive che non lasciano traccia

Il risultato è stato che dopo un certo tempo i prezzi non si sono allineati al ribasso, ma sono tornati alti per entrambe le intelligenze artificiali, riporta Ansa. In pratica gli algoritmi si sono comportati seguendo esattamente le istruzioni date dal programmatore, ovvero massimizzare i profitti. “Il nostro esperimento – sottolineano i ricercatori – suggerisce che in queste condizioni anche algoritmi relativamente semplici sistematicamente imparano a mettere in atto strategie collusive. L’aspetto più preoccupante è che non lasciano traccia dell’azione concertata, imparano a colludere solamente attraverso gli errori ripetuti, senza comunicare tra loro e senza istruzioni specifiche”.


Educazione finanziaria assente a scuola, ma 3 studenti su 4 la vogliono

L’educazione finanziaria è una materia assente nella maggior parte delle scuole italiane. Non è un caso i giovani mostrino una scarsa conoscenza dei più elementari concetti economici, e che il 58% dei ragazzi affermi di non avere mai affrontato l’argomento in classe. Solo il 16% sostiene che alcune ore della didattica siano dedicate all’educazione finanziaria, e il 26% di avere svolto qualche rara lezione. La voglia di approfondire questi temi, però, è molto più diffusa, e coinvolge tre quarti degli studenti. Per il 47% l’educazione finanziaria dovrebbe rientrare nella normale didattica e un altro 28% vorrebbe che la scuola istituisse dei corsi ad hoc, ma facoltativi, in materia.

Quasi tutti confondono le carte di credito con quelle di debito

Si tratta dei risultati di una ricerca condotta da Skuola.net su 10mila studenti di medie e superiori nel corso del mese dell’educazione finanziaria. Dalla ricerca emerge inoltre la scarsa conoscenza degli strumenti di pagamento più diffusi. Quasi tutti confondono le carte di credito con quelle di debito (e viceversa): per più di 7 ragazzi su 10, infatti, quando si effettua un pagamento con la carta di credito i soldi vengono prelevati subito dal conto corrente, mentre con la carta di debito il prelievo delle somme viene effettuato dopo un po’ di tempo.

Peccato che sia esattamente il contrario, riporta Italpress, e che solo il 28% dia la risposta corretta.

L’ignoranza finanziaria può dipendere anche dalla scarsa abitudine al risparmio

Questa diffusa ignoranza finanziaria in gran parte potrebbe essere il frutto della scarsa abitudine al risparmio. Solamente il 23% dei ragazzi intervistati ha un conto bancario o postale dove deposita i propri soldi, e il 40% lo alimenta con parte della paghetta o con i regali dei genitori e dei parenti. Nel 32% dei casi invece ci pensano direttamente i genitori, mettendoci qualcosa ogni tanto. Ma ci sono anche i casi (28%) in cui sia figli che genitori contribuiscono a far crescere il saldo. Il 31%, poi, si limita all’uso di una carta prepagata, e il 46% preferisce maneggiare solo denaro contante.

Il costo del denaro? Per il 22% sono le commissioni da pagare quando si prelevano soldi

Ma non è tutto. Il 7% dei ragazzi intervistati è convinto che quando si chiede un prestito o un finanziamento in banca si debba restituire solo la somma ricevuta, e la stragrande maggioranza (71%) crede che basti aggiungere al capitale solo gli interessi. Appena il 15% sa che, nel computo finale, bisogna considerare anche le spese. E, nonostante sembri una cosa ovvia, in tanti sbagliano a definire persino il costo del denaro: per il 22% si tratta delle commissioni da pagare quando si prelevano i soldi


Natale è il momento giusto per cercare lavoro

Se l’obiettivo per il 2019 è trovare un nuovo lavoro, approfittare del periodo di Natale può essere una buona idea per dare slancio alla ricerca. Le ultime settimane dell’anno sono percepite come un periodo “morto” dal punto di vista professionale, ma se si è decisi a trovare un nuovo impiego è utile dedicare almeno un paio di ore al giorno a quest’attività.

Il consiglio per rendere proficue le feste natalizie dal punto di vista professionale, senza rinunciare al meritato relax, arriva da Hays Response, la divisione di Hays, la società di ricerca e selezione del personale, dedicata ai profili junior. Che invita a mettere da parte il pregiudizio sull’inefficacia del job searching durante le vacanze.

Ridurre il livello di attenzione senza disconnettersi completamente

Durante la pausa natalizia è sicuramente necessario staccare dal lavoro e concedersi una pausa. Questo, però, non significa disconnettersi completamente. Infatti, arrivati a fine anno, è bene fare un bilancio della propria attività lavorativa, e chiedersi cos’è andato bene, cosa si potrebbe migliorare e, soprattutto, quali sono gli obiettivi futuri. Una volta chiarite le idee riguardo i progetti futuri ci si potrà orientare meglio tra gli annunci e le eventuali offerte di lavoro. Organizzando il proprio tempo, si può facilmente dedicare un paio d’ore alla ricerca, riporta Adnkronos. Magari al mattino, quando si è appena svegli. Poi si potrà spendere tutto il resto della giornata divertendosi e rilassandosi.

Il momento migliore per selezionare le offerte e inviare il cv

Proprio perché quasi tutti rimandano la ricerca di lavoro all’inizio del nuovo anno, questo è il momento giusto per selezionare le offerte e inviare il cv. Non è vero infatti che nessuno guarda i cv durante le vacanze. Molto spesso manager e responsabili della selezione approfittano del periodo tranquillo per dedicarsi ad attività che non riescono a svolgere quotidianamente e controllano con più attenzione le email. Se inviato al momento giusto, come ad esempio durante i primi giorni di vacanza, il proprio cv potrà attirare l’attenzione dei recruiter e avere più visibilità rispetto a qualsiasi altro periodo dell’anno.

Tenersi pronti per i colloqui a gennaio

Con il rientro dalle vacanze le aziende tornano a lavorare a pieno regime e hanno necessità di finalizzare le assunzioni per affrontare il nuovo anno con le risorse giuste. Se ci si è impegnati attivamente nella ricerca a dicembre l’inizio del nuovo anno potrebbe riservare ottime opportunità. È bene tenersi pronti, quindi, per affrontare eventuali colloqui già nei primi giorni di gennaio. Aggiornare il cv, curare il proprio profilo LinkedIn e allenare le proprie capacità di intervista sono gli step fondamentali per non farsi cogliere impreparati a

gennaio.

 


Turismo enogastronomico, 223 milioni spesi dagli stranieri

Gli stranieri amano visitare il Bel Paese concedendosi vacanze all’insegna del buon cibo e del buon bere. Tanto che nel 2017 hanno speso 223 milioni di euro per la nostra offerta enogastronomica, facendo segnare un incremento del 70% rispetto al 2013, quando la spesa ammontava a 131 milioni. Un turista straniero su 4 in Italia è infatti mosso da interessi enogastronomici, e se i turisti italiani interessati sono il 22,3%, gli stranieri il 29,9%.

È quanto conferma l’Osservatorio Nazionale del Turismo a cura dell’Ufficio Studi ENIT, l’Agenzia Nazionale del Turismo, che ha elaborato un report sul turismo enogastronomico basato su dati di Banca d’Italia e Unioncamere-Isnart.

Una spesa pro-capite di 149,9 euro al giorno

Due i fattori dell’offerta enogastronomica italiana che danno valore aggiunto al settore: il legame con i territori, che valorizza le produzioni locali nei piatti, e la capacità di estendere la stagionalità dei flussi turistici durante tutto l’arco dell’anno. In termini di spesa pro-capite, per l’enogastronomia nel 2017 gli stranieri hanno speso in media 149,9 euro al giorno. Inferiore il budget medio per le altre tipologie di vacanza: culturale 128,7 euro, sportiva 122,9 euro, in montagna 109,3 euro, verde/agriturismo 103,9 euro, al mare 90,2 euro, al lago 85,2 euro.

I mercati di origine: Usa al 1° posto

I pernottamenti generati nel 2017 dalle vacanze enogastronomiche sono stati 1,5 milioni, cresciuti del 50% nell’ultimo quinquennio, mentre i mercati di origine che generano i maggiori introiti per vacanza enogastronomica in Italia sono gli Stati Uniti (45,5 milioni di euro), l’Uk (25,4 milioni), e l’Austria (18,7). Seguono la Svizzera (17), la Francia (16,5), il Canada (11,6), il Brasile (11,5), la Germania (10), la Danimarca (8,1), e il Belgio (7,2).

In termini di quota percentuale, l’incidenza di ognuno dei primi dieci Paesi è per gli Usa il 20,4% (un quinto), per il Regno Unito l’11,4%, per l’Austria l’8,4%, per la Svizzera il 7,6%, la Francia il 7,4%, il Canada 5,2%, il Brasile 5,1%, la Germania 4,5%, la Danimarca 3,6%, e il Belgio 3,2%.

I prodotti DOP e IGP, e gli agriturismi

Non è un caso che l’Italia sia anche il Paese dell’Unione europea con più riconoscimenti di prodotti alimentari DOP (Denominazione d’Origine Protetta) e IGP (Indicazione Geografica Protetta). E con 293 riconoscimenti (+35% 2017 vs 2010) si posiziona prima della Francia (245) e della Spagna (190).

Ma dove scoprire l’eccellenza dei prodotti tipici? Soprattutto in agriturismo, un segmento dell’offerta enogastronomica in sensibile sviluppo. Le aziende che operano nel comparto sono oltre 23mila (2017), cresciute del 3,3% in un anno. In prevalenza le attività agrituristiche sono localizzate nei comuni classificati come aree interne (61,6% del totale delle aziende). E Grosseto, Castelrotto e Appiano sulla Strada del Vino (BZ) e Noto (SR) i comuni con la più alta concentrazione di queste attività.


La nuova cyber minaccia attacca le reti energetiche

Della serie non si può mai stare tranquilli. I sistemi informatici sarebbero infatti nuovamente in pericolo di potenti attacchi pirata. Questa volta, però, nel mirino degli hacker ci sarebbero le società energetiche europee. Si chiama infatti GreyEnergy il nuovo malware scoperto dagli esperti  dell’Eset. E’ “una nuova minaccia utilizzata negli ultimi tre anni in attacchi a società energetiche e ad altri obiettivi di alto valore in Ucraina e Polonia” dice il  team di ricerca del produttore di software per cybersicurezza dell’Unione europea. Non sarebbe la prima volta: nel dicembre 2015, ricorda una nota di AdnKronos, un simile attacco ha colpito l’Ucraina, lasciando 230mila persone lasciate senza elettricità e seminando il panico proprio nei giorni di Natale.

Grey Energy, cosa fa e come opera il nuovo malware

La nuova minaccia del crimine informatico, secondo i ricercatori, è in qualche modo collegato al gruppo BlackEnergy. “Probabilmente sta preparando futuri attacchi di cyber sabotaggio” spiegano gli scienziati di Eset che, dal quartiere generale di Bratislava, spiegano “che il nuovo malware è comparso insieme a TeleBots ma a differenza del suo cugino più noto, non opera solo in Ucraina e finora non è stato pericoloso. Grey Energy è strutturato in maniera modulare, quindi le sue funzionalità dipendono dalla particolare combinazione dei moduli caricati dall’operatore nei sistemi della vittima”. Secondo gli esperti, le funzionalità del malware sono state usate per scopi di spionaggio e ricognizione e comprendono backdoor, estrazione di file, acquisizione di schermate, keylogging, password, furto di credenziali, ma non solo. Ma c’è di più: gli analisti di Eset pensano che il software di GreyEnergy sia connesso a Black Energy, che ha lasciato al buio l’Ucraina tre anni fa.

Parentela anche con TeleBots?

Ma Grey Energy sarebbe anche legato a TeleBots, che ha diffuso il  malware NotPetya che cancella il disco e che ha interrotto lo scorso anno transazioni commerciali globali con danni per miliardi di dollari Usa. Grey Energy potrebbe avere come primo obiettivo da colpire le compagnie energetiche europee. Come spiega il ricercatore di Eset Robert Liovsky “potrebbe essere funzionale a nuove azioni potenzialmente molto pericolose”. L’esperto però ci tiene a precisare che il ruolo del team non è quello di “identificare le persone coinvolte e che codificano il malware” quanto quello di “prevenire gli attacchi”.


Agenda Onu sostenibilità: semaforo rosso per le città italiane

Le città italiane meritano solo 5 semafori verdi e 12 rossi. La strada per raggiungere l’Obiettivo dell’Agenda urbana per lo sviluppo sostenibile è ancora lunga. Se il giallo indica che la valutazione è incerta, e il rosso che la condizione è negativa o divergente rispetto all’obiettivo, il verde indica che l’obiettivo è stato centrato. Questo è il metodo impiegato nel Rapporto Asvis 2018 per valutare il posizionamento delle città rispetto ai principali obiettivi della declinazione urbana degli SDGs (gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda Onu 2030), contenuta nel documento ASviS-Urban@it, L’Agenda urbana per lo sviluppo sostenibile. Obiettivi e proposte.

I 5 semafori verdi…

Per la valutazione sono stati presi in esame 17 indicatori. Solo per cinque di essi l’andamento è positivo. Si tratta della povertà (Obiettivo 1), delle abitazioni (Target 11.1), dell’energia (Obiettivo 7), della raccolta differenziata dei rifiuti (Obiettivo 12) e della sicurezza (Obiettivo 16).

Nel caso della povertà (persone a rischio di povertà ed esclusione sociale), le città mostrano un andamento più favorevole rispetto a quello medio nazionale, decisamente negativo, in quanto tra il 2015 e il 2016 si è registrato un aumento del numero di persone in queste condizioni nelle aree meno densamente popolate, mentre per la qualità delle abitazioni, la raccolta differenziata dei rifiuti e la sicurezza l’andamento appare coerente con quello nazionale.

…e i 12 semafori rossi

Per 12 obiettivi l’andamento è negativo, riferisce Adnkronos. Ma se per l’abbandono scolastico (Target 4.1) e i laureati (Target 4.3) si è registrato un andamento positivo rispetto all’anno precedente tale tendenza non appare sufficiente per raggiungere gli obiettivi, che prevede per il Target 4.1 una soglia al di sotto del 10%, e il 40% di laureati (fascia d’età 30-34 anni). Per la parità di genere (Obiettivo 5), l’acqua, percentuale di dispersione nelle reti idriche (Obiettivo 6), occupazione (Obiettivo 8), uso di Internet (Target 9.c), mobilità (Target 11.2), consumo di suolo (Target 11.3 e 15.3), cultura (Target 11.4), qualità dell’aria (Target 11.6) e verde (Target 11.7) l’andamento è negativo, coerente con quello nazionale.

Nessuna città raggiunge più dell’80% della sostenibilità complessiva

Il report di ASviS cita anche l’Italian SDGs City Index (indice sintetico sulla sostenibilità dei Comuni capoluogo di Provincia). Basandosi sulla metodologia già utilizzata per l’elaborazione del Global Sdg Index e dello US City Index, l’indice italiano mostra che fissando al 100% il pieno raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda Onu, mediamente le città italiane hanno raggiunto un valore pari al 53%. In particolare, nessuna città ha raggiunto più dell’80% della sostenibilità complessiva. Ma nessuna si trova in una condizione di piena insostenibilità, cioè al di sotto del 20%.